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Elisa e Marcela, la coppia lesbica che si sposò in chiesa nel 1901

L’8 giugno 1901, Elisa e Marcela erano una di fronte all’altra nella chiesa di San Jorge, a La Coruña, mentre il sacerdote sanciva la loro unione in matrimonio. Elisa, infatti, si era travestita da Mario per realizzare il loro sogno di sposarsi. Un sogno accessibile, all’epoca, solo alle coppie eterosessuali.

Elisa e Marcela si erano conosciute a scuola. La loro amicizia divenne subito un legame fortissimo. Le due andarono a vivere insieme a Dumbria, vicino a La Coruña, mantenendosi come maestre nella scuola locale. Ma i pettegolezzi suscitati dalla coppia spinsero le due donne a elaborare un piano. Finsero un terribile litigio e poi Marcela lasciò Elisa e Dumbria annunciando che si sarebbe sposata con un cugino di Elisa, Mario.

Il matrimonio di Elisa e Marcela

Ma non esisteva alcun Mario. Era Elisa, che si trasferì a La Coruña e, dopo essersi tagliata i capelli, iniziò a vestirsi da uomo e a fumare. Poi simulò una conversione tardiva al cattolicesimo e si fece battezzare. Marcela la raggiunse e le due si sposarono in chiesa. Ma il sotterfugio venne scoperto e per scampare alla rabbia dei connazionali, le due innamorate lasciarono Oporto, dove vivevano come una coppia, e fuggirono a Buenos Aires.

Nella capitale Argentina, però, si divisero. Per proteggersi dalle persecuzioni, infatti, Elisa decise di sposare un uomo anziano senza, però, rinnegare la storia d’amore con Marcela. Quest’ultima non accettò che la compagna si fosse piegata all’ennesimo espediente e decise di rompere con Elisa. Le due innamorate scomparvero così dalla storia e nessuno, da allora, è riuscito a scoprire cosa sia successo loro: se si riavvicinarono oppure non si rividero mai più.

Ci vollero altri 104 anni prima che, a Barcellona, due donne innamorate come Elisa e Marcela potessero sposarsi senza sotterfugi, travestimenti e menzogne. Era il luglio del 2005 e, grazie alla legge approvata dal governo Zapatero, Sebastiana e Veronica furono la prima coppia lesbica a sposarsi legalmente in Spagna.

Quando l’URSS conquistò e russificò Kaliningrad

La storia di Kaliningrad è il lungo racconto di tensioni non diverse da quelle che, negli ultimi giorni, sono nate dal blocco delle merci (sottoposte a sanzioni) in entrata nell’exclave russa da parte della Lituania. L’ordine religioso e crociato dei cavalieri teutonici fondò l’antica Königsberg nel 1255 come centro del loro potere teocratico. La città divenne famosa per il suo porto, uno dei pochi, nel Baltico, utilizzabile anche d’inverno, e il suo ruolo come cuore del potere degli Hohenzollern, la famiglia reale prussiana che avrebbe unito la Germania.

Königsberg divenne un’exclave già nel primo Novecento, in quel caso della Germania. Ma fu con la Seconda Guerra Mondiale che il suo destino si legò strettamente alla Russia e all’URSS. Ironicamente, visto che da Königsberg erano partite proprio quelle crociate teutoniche che avevano minacciato il potere di Mosca.

Da Königsberg a Kaliningrad

La città era uscita devastata dai bombardamenti della guerra che avevano distrutto persino la cattedrale e tomba di Immanuel Kant. L’Armata rossa conquistò la città nell’aprile del 1945. Il nome della città divenne “Kaliningrad” in onore del rivoluzionario russo Michail Kalinin.

Questo cambiamento fece parte di una più vasta operazione di “russificazione” della zona, una strategia che attuò una sostituzione etnica completa della popolazione della zona. Popolazione che viveva in quell’area da circa ottocento anni.

I 150mila abitanti tedeschi di Königsberg sopravvissuti alla guerra furono deportati nei territori germanofoni sotto il controllo sovietico e sostituiti con persone russe. Ma l’URSS non investì un rublo nel restauro della città che, per decenni, restò un cumulo di macerie dove sostava la flotta del Baltico (ancora oggi in porto). La cattedrale rimase danneggiata per quarant’anni finché, dopo la caduta del Muro, la Germania ne finanziò il restauro.

Grazie agli accordi tra Occidente e Russia del 2002, Kaliningrad ha iniziato a prosperare e oggi il suo oblast ha un terzo del pil di quello di Mosca e, nel 2004, il 70% della sua popolazione non aveva mai visitato la Russia ma era stato a Berlino e Varsavia. A causa della sua militarizzazione (anche nucleare) e la sua posizione, molti studiosi definiscono Kaliningrad “il posto più pericoloso del mondo”.

Ruby Bridges che sfidò il razzismo per andare a scuola

Per un intero anno la piccola Ruby Bridges dovette essere scortata a scuola da ben quattro U.S. Marshals per proteggerla dalla folla inferocita di genitori bianchi. Ruby aveva sei anni nel 1960 quando, con altri cinque bambini afroamericani del programma di integrazione scolastica, riuscì a superare il test d’accesso per le scuole elementari dei bianchi. Due di loro rinunciarono a far valere questo diritto, spaventati dall’odio razzista dei loro concittadini di New Orleans e altri tre andarono a McDonogh. Ruby allora rimase sola, con un padre dubbioso se mandarla nella nuova scuola e una madre determinata a offrirle le stesse occasioni dei suoi coetanei wasp.

Ruby Bridges e la sua battaglia per la scuola

Nel momento in cui la piccola Ruby fu ammessa alla scuola elementare William Frantz, tutti i genitori dei suoi compagni ritirarono i figli e gli insegnanti si rifiutarono di lavorare. Tutti, tranne una: Barbara Henry, originaria di Boston. Per un anno, Ruby si trovò da sola con la maestra che faceva lezione come se la classe fosse piena. Fuori dall’istituto la folla di genitori assediava l’istituto ogni giorno, gridando insulti e minacciando di morte la piccola Ruby.

Per questo gli agenti federali accompagnavano Bridges ogni giorno a scuola e poi a casa. Inizialmente inconsapevole dell’odio che stava sfidando semplicemente andando a scuola.

«Salendo ho potuto vedere la folla, ma vivendo a New Orleans, in realtà ho pensato che fosse Mardi Gras. C’era una grande folla di persone al di fuori della scuola. Stavano lanciando cose e gridando, e questo tipo di cose succede a New Orleans al Mardi Gras».

Ruby Bridges

L’odio e il supporto per i Bridges

Ma poi capì. Ogni mattina, infatti, una donna la minacciava di avvelenarla e i Marshals, inviati dal Presidente Eisenhower, le permettevano di mangiare solo il cibo che portava da casa. L’odio che la circondava era tangibile. Come la solitudine. Ma Ruby «​​ha dimostrato molto coraggio» raccontò Charles Burks, capo dei Marshals. «Non ha mai pianto. Ha marciato come un piccolo soldato, siamo tutti molto orgogliosi di lei». Per questo, lo psichiatra infantile Robert Coles si offrì volontariamente di aiutarla durante quel primo, terribile anno.

La famiglia Bridges, però, pagò caro il prezzo del coraggio di Ruby. Il padre perse il lavoro, il negozio di alimentari si rifiutò di rifornirli di cibo, la terra dei nonni mezzadri fu espropriata. Ma ci fu anche il sostegno di tanti: oltre alle famiglie bianche che decisero di rompere il boicottaggio e mandare i propri figli a scuola con Ruby, un vicino di casa diede lavoro al padre e molti abitanti del posto iniziarono a proteggere la casa dei Bridges, marciando dietro la macchina dei Marshals ogni mattina. Anche i vestiti che la bambina indossava erano una donazione di un parente del suo psichiatra, Coles.

Oggi Ruby Bridges è a capo di una fondazione che porta il suo nome e combatte ancora per i diritti degli afroamericani.

Marsha P. Johnson, che diede vita al Gay Pride a Stonewall

Marsha P. Johnson aveva solo 24 anni quando si ribellò all’ennesima retata della polizia dando inizio, con il suo grido: «Anche io ho i miei diritti!» alla rivolta di Stonewall, atto di nascita del Pride. Marsha, che si autodefiniva drag queen, era nata in New Jersey nel 1945. «Essere omosessuale è peggio di essere un cane» le disse la madre quando era adolescente, così Marsha prese i vestiti, i vinili e 15 dollari e se ne andò a New York, nel Greenwich Village dove divenne, da subito, parte integrante della crescente comunità LGBT.

Marsha P. Johnson e i moti di Stonewall

Marsha aveva un carattere forte e fu una delle tre persone che, la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, si ribellò alla polizia e iniziò la rivolta di Stonewall. Molti la ricordavano mentre lanciava un bicchiere contro lo specchio del locale in fiamme gridando «Anche io ho i miei diritti!». La notte si trasformò in una battaglia sotto le luci diafane dei lampioni. Arrivarono le forze speciali della polizia e si trovarono di fronte a quelle del movimento LGBT+: un corteo di drag queen che bloccava la strada al coro:

«Siamo le ragazze dello Stonewall

abbiamo i capelli a boccoli

non indossiamo mutande

mostriamo il pelo pubico

e portiamo i nostri jeans

sopra i nostri ginocchi da checche!»

Drag queen durante i moti di Stonewall

Marsha restò un pilastri del movimento LGBTQI+ anche dopo Stonewall, come fondatrice del Gay Liberation Front, e dell’Organizzazione per gay, trans e persone genderqueer. Purtroppo la sua vita ebbe una tragica fine: il suo corpo fu ritrovato nel fiume Hudson nel 1992, poco dopo il Gay Pride. La polizia cercò di derubricare la sua morte a semplice suicidio, ma alcuni testimoni parlarono di un’aggressione. Le forze dell’ordine, comunque, non vollero indagare. Accettarono, però, di chiudere la Seventh Avenue e permettere, così, agli amici di Johnson di gettare le sue ceneri nel fiume.

Willem Arondéus, partigiano e omosessuale che difese gli ebrei

Al plotone di esecuzione nazista che stava per fucilarlo, Willem Arondéus gridò: «Dite a tutti che noi omosessuali non siamo deboli come affermate». Rivendicò così, al termine di una vita di lotta per la libertà, quell’orientamento sessuale che aveva vissuto apertamente nonostante i pregiudizi dell’epoca.

Willem Arondéus era un artista e uno scrittore che pubblicò la sua opera migliore l’anno in cui la Germania invase la Polonia. Da sette anni viveva con il suo grande amore, Gerrit Jan Tijssen, figlio di un droghiere di Apeldoorn. La guerra mise fine a tutti i suoi piani per il futuro.

La resistenza di Willem Arondéus

Quando i nazisti occuparono l’Olanda e iniziarono a registrare gli ebrei, Arondéus capì che si trattava del primo passo per il loro internamento nel campo di concentramento di Westerbork e poi in quelli di sterminio all’est. Nel 1941 Willem usò le sue capacità letterarie per pubblicare scritti clandestini che incitavano gli altri artisti come lui a resistere ai nazisti e denunciavano il collaborazionismo.

Arondéus entrò nel Raad van Verzet, il Consiglio della Resistenza olandese, dove si occupava di produrre documenti falsi e nascondere gli ebrei dai nazisti. Poiché le sue attività partigiane avevano reso troppo pericoloso vivere col compagno, Gerrit Jan Tijssen lasciò Amsterdam per tornare ad Apeldoorn.

Il 27 marzo 1943, per impedire le verifiche dei nazisti, Arondéus, a capo di un gruppo di partigiani (tra i quali Frieda Belinfante) fece esplodere il registro della popolazione di Amsterdam. Entro i primi di aprile, i nazisti arrestarono Arondéus e i suoi compagni e, il primo di luglio, li giustiziarono.

Arondéus lasciò una piccola eredità al compagno Jan, che sopravvisse alla guerra. Ci vollero anni perché a Willem fossero conferiti riconoscimenti adeguati. Nel 1984 gli fu data la Croce della Resistenza e, nel 1986, lo Yad Vashem lo riconobbe Giusto tra le nazioni.

Artemisia Gentileschi si ribellò allo stupro e al matrimonio riparatore

Artemisia Gentileschi era una pittrice diciottenne di talento quando, nel 1611, il suo insegnante la violentò e poi le propose di sposarlo. Lei si ribellò a quella violenza e nonostante lo stigma sociale portò il suo stupratore a processo. Si chiamava Agostino Tassi, un esperto di prospettiva. Collaborava con Orazio, padre di Artemisia, che lo scelse come istruttore della figlia.

L’arte oltre la violenza di Artemisia Gentileschi

Tassi approfittò della complicità della vicina di casa di Artemisia, una certa Tuzia, che la accudiva fin da bambina, per irrompere nella casa dei Gentileschi quando la sua vittima era sola. La pittrice raccontò la violenza.

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni […] mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi […] et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli».

Artemisia Gentileschi

Tassi propose alla ragazza di sposarlo. Il padre la spinse ad accettare, ma quando si scoprì che il Tassi era già coniugato, Artemisia riuscì a spuntarla con la famiglia e denunciò il suo stupratore.  Affrontò il processo ancora traumatizzata dall’abuso e dall’umiliazione pubblica, accettando di testimoniare sotto tortura e provare la sua verginità precedente allo stupro. La sentenza di colpevolezza, però, non ebbe ripercussioni su Tassi e danneggiò per sempre il nome dei Gentileschi.

Nonostante questo, Artemisia non si arrese alla vergogna. Si trasferì da Roma a Firenze dove si sposò con un pittore e fece carriera. La Gentileschi divenne così una delle artiste più importanti della sua epoca. Viaggiò molto, lavorando a Firenze, Roma, Venezia, Genova, Londra e infine Napoli. Qui morì attorno al 1656.

Con l’arte non solo esorcizzò il suo trauma passato (esempio, su tutti, il Giuditta che decapita Oloferne) ma lo trascese dando alle sue opere il respiro universale di un grande talento artistico.

Immagine da “Artemisia” di Agnès Merlet.

La telefonata che cambiò la vita di Paolo Borsellino

Paolo Borsellino era un uomo che amava la sua routine. Certo, non aveva mai molto tempo libero da dedicare a se stesso, però da quindici anni almeno riusciva a ritagliarsi il tempo di andare da Paolo Biondo, il suo barbiere di fiducia. Ed era lì, in Via Zandiolo a Palermo il pomeriggio del 23 maggio 1992, quando Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, con la scorta, furono uccisi a Capaci.

Erano le 18, ricorda lo stesso Biondo, e c’era ancora un sole tiepido che calava in un cielo limpido, quasi estivo. Paolo Borsellino entrò nella bottega del barbiere, felice di potersi allontanare dalle molte preoccupazioni. Quelle stesse che gli faranno dire: «Noi siamo cadaveri che camminano» durante un’intervista con Lamberto Sposini.

La telefonata su Giovanni Falcone a Paolo Borsellino

Biondo avvolse la salvietta al collo di Borsellino, cominciò a lavorare con forbici e rasoio. Lo squillo del cellulare dle magistrato lo fece smettere.

«Sì?» risponde Borsellino

«Paolo?»

Biondo raccontò che Borsellino reagì sbiancando in volto.

«Ma che dici?», domandò il magistrato al telefono.

«Sì, è Giovanni. Sappiamo solo che è ferito».

Borsellino si rivolse a Biondo:

«Levami la tovaglia, che me ne devo andare». Il barbiere tolse la salvietta e il magistrato si alzò in piedi.

«Dottore Borsellino» disse Biondo «Ma che è successo?»

«Hanno fatto un attentato a Giovanni» rispose, lanciò i soldi, ventimila lire, sul bancone del barbiere e corse fuori.

Alle 17:56 di quel giorno, a Capaci, un intero tratto dell’autostrada A29 era esploso con al potenza di 500 kg di tritolo, uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. A ordinare l’attentato è stata la cupola mafiosa guidata da Salvatore Riina, il motivo quel maxiprocesso che ha portato centinaia di mafiosi alla sbarra. Il più grande procedimento penale della storia, imbastito da Falcone e Borsellino contro Cosa Nostra, era stata l’imperdonabile colpa dei due magistrati. Bersaglio, per questo, prima che dei sicari mafiosi, della politica e del CSM.

Gino Donè Paro, l’italiano che salvò la vita di Che Guevara

Gino Donè Paro (il terzo da sinistra nella foto) era già un partigiano ventenne decorato quando emigrò a Cuba e prese parte alla rivoluzione salvando la vita a Che Guevara. Gino aderì alla Resistenza veneta a soli diciannove anni, guadagnandosi un encomio solenne. Poi, lasciata l’Italia liberata, raggiunse L’Avana nel 1951.

Gino Donè Paro e la rivoluzione di Cuba

Nella capitale cubana conobbe Ernest Hemingway e iniziò a sentir parlare dei ribelli. L’anno seguente si stabilì a Trinidad dove sposò Norma Turino Guerra, sostenitrice del partito di Fidel Castro. Quando Castro seppe che a Trinidad c’era un ex-partigiano italiano lo coinvolse nel suo Movimento 26 Luglio. In quanto ex-combattente, Gino addestrò i ribelli cubani e, grazie al suo passaporto italiano, fece da collegamento con le loro basi in Messico.

Il 25 novembre del 1956 salì sul battello Granma con gli altri 81 ribelli che avrebbero iniziato la rivoluzione cubana. Dopo lo sbarco, il 2 dicembre Paro soccorse Ernesto Che Guevara che era preda di un forte attacco di asma, salvandogli la vita. Dopo il massacro dei granmisti, Paro raggiunse la vicina città di Santa Clara dove programmò un attentato nella sede del comandante generale batistiano della città. Ma, quando vide la residenza gremita di persone e di bambini, annullò l’attacco dicendo al compagno Aleida March de la Torre: «La rivoluzione si fa contro l’esercito, non contro il popolo».

Costretto a lasciare Cuba, non riuscì a tornarvi che dopo molti anni. Gino rivendicò questa scelta.

«Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano da Cuba per fare ciò che nella Sierra Maestra non avrei potuto realizzare. C’era bisogno di addestramenti, collegamenti, informazioni, notizie, soldi, armi, e di molte altre cose ancora. Così, chi con armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io».

Gino Donè Paro, Liberazione 5 maggio 2006

Nel 2003 tornò nel suo Veneto e ritrovò gli anziani amici della Resistenza. Morì nel 2008 e al suo funerale parteciparono centinaia di compagni provenienti da tutta Italia, funzionari dell’ambasciata cubana che avevano portato quattro grandi corone di rose rosse da parte Fidel e Raul Castro, dell’ambasciata cubana e dei granmisti sopravvissuti.

Matzpen: ebrei e arabi uniti contro il sionismo di Israele

Erano ebrei e arabi che avevano rotto col Partito Comunista per via del suo sostegno incondizionato all’Unione Sovietica. Lottavano contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Il nome che si diedero era Organizzazione socialista in Israele, ma tutto il mondo li conobbe come Matzpen, dalla rivista rivoluzionaria che pubblicavano.

La lotta di Matzpen contro il sionismo di Israele

Subito dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Matzpen scandalizzò Israele schierandosi a favore della resistenza palestinese.

«È diritto e dovere di ogni popolo vinto e sottomesso di resistere e lottare per la propria libertà. I modi, i mezzi e i metodi necessari e appropriati per tale lotta devono essere determinati dal popolo stesso. Sarebbe ipocrita per gli estranei – specialmente se appartengono alla nazione che opprime – predicare ad essa, dicendo: ‘Così farai, e così non farai’»

Dichiarazione generale dell’OSI

L’organizzazione, però, affermò sempre il diritto a Israele di esistere. Il gruppo, infatti, dichiarò di sostenere «solo quelle organizzazioni che, oltre a resistere all’occupazione, riconoscono anche il diritto del popolo israeliano all’autodeterminazione per una lotta congiunta di arabi ed ebrei nella regione per un futuro comune»

La colonizzazione ebraica era il problema

Per Matzpen il nemico da abbattere non era Israele, ma l’approccio colonialista del sionismo sia in patria che nei territori occupati. Contro questo, il gruppo iniziò una lotta fatta di manifestazioni e pubblicazioni che segnarono gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Alcuni passi del libro The Other Israel di Arie Bober ci mostrano il tenore di questa lotta radicale.

«All’interno dei territori occupati dal 1967, lo stato sionista impiega un sistema di repressione militare diretta per espellere gli arabi palestinesi dalle loro terre e assicurarne la colonizzazione ebraica, e per schiacciare ogni espressione di resistenza palestinese. All’interno dei propri confini, lo stato sionista si impegna nella sistematica oppressione nazionale della sua minoranza di cittadini arabi»

Arie Bober, The Other Israel: The Radical Case Against Zionism

Gli anni Settanta portarono a divisioni nel gruppo che finì per dissolversi in tanti, piccoli, movimenti. E sia la critica al colonialismo sionista che la visione di un futuro unitario per arabi ed ebrei, portate avanti da Matzpen, hanno trovato sempre meno successo in una regione oggi ancora dolorosamente divisa.

Frieda Belinfante, la direttrice d’orchestra contro i nazisti

Frieda Belinfante era diventata la prima donna europea a dirigere un’orchestra quando l’invasione nazista la costrinse a interrompere la sua carriera. Belinfante, allora, abbandonò per qualche anno la bacchetta e il violoncello, e si dedicò a esplosivi e armi nella resistenza olandese.

Frieda Belinfante e la resistenza

Nata da una famiglia di musicisti di origini ebraiche, Frieda aveva debuttato come violoncellista diciassettenne alla Royal Concertbegouw di Amsterdam. Nel 1937 fu invitata a formare e dirigere la Het Klein Orkest, diventando la prima donna europea, oltre che la prima donna lesbica, a ricoprire questo incarico. Quando i nazisti occuparono i Paesi Bassi, Frieda si legò a Willem Arondeus, un uomo apertamente gay che comandava il Raad van Verzet della Resistenza olandese. Belinfante iniziò a fabbricare documenti falsi come membri della resistenza e, grazie a questi, potè salvare molti ebrei e ricercati dalla Gestapo.

Il 27 marzo del 1943, con Arondeus e il suo gruppo di partigiani, fece esplodere l’ufficio del registro della popolazione di Amsterdam, che i nazisti sfruttavano per scoprire le identità false fabbricate dalla resistenza olandese. Dopo quell’attentato, la Gestapo diede una caccia senza quartiere al gruppo di Belinfante, costringendolo alla clandestinità. Arondeus fu catturato e venne giustiziato subito dopo. Prima di morire si rivolse ai nazisti e disse: «Ditelo a tutti che noi omosessuali non siamo deboli come credete».

Frieda, invece, riuscì a sfuggire alla cattura travestendosi da uomo e nascondendosi con due compagni. Poi, grazie alla resistenza francese, partì per la Svizzera dove attraversò le Alpi a piedi e raggiunse il suo vecchio mentore Hermann Scherchen. Si stabilì a Montreux come rifugiata fino alla fine della guerra, quando emigrò in California.

In USA tornò alla musica, fondando la Orange County Philharmonic Society, un’organizzazione non-profit e un’orchestra che divenne un punto di riferimento per la scena musicale americana. In una delle sue ultime interviste, Frieda ripensò con rimpianto alla sua gioventù promettente spezzata dalla guerra e dal nazismo.

«Dovrei nascere di nuovo. Avrei potuto fare così tante cose, è questo che mi rattrista. Ma non sono una persona infelice. Guardo alla prossima cosa da fare, c’è sempre qualcosa di nuovo».

Frieda Belinfante