fbpx

Quando i Sioux rifiutarono soldi e scuse dagli USA

Dopo un lungo conflitto giuridico e legale che durava da un secolo, nel 1980 la Corte Suprema condannò gli USA a pagare 105 milioni di dollari ai Sioux per il furto delle Black Hills.

Come i Sioux persero le Black Hills

Le colline erano considerate sacre dal Popolo e nel trattato di Fort Laramie del 29 aprile 1868, alla fine della Guerra di Powder River, erano entrate nella Great Sioux Reservation. Ma una spedizione esplorativa guidata dal Generale Custer nel 1874 scoprì nelle Colline Nere una vasta ricchezza mineraraia. In particolare, il metallo che aveva innescato così tanti massacri nelle Americhe: l’oro.

Fu l’inizio della corsa all’oro e della guerra tra Sioux e americani che culminò col massacro di Little Big Horn dove Toro Seduto e Cavallo Pazzo sconfissero e uccisero Custer. Ma la loro vittoria ebbe vita breve, la pressioen demografica e tecnologica degli USA era troppo grande, troppo forte, per essere fermata con le armi.

La resa e la vittoria in tribunale

Toro Seduto, in lakota Tatanka Yotaka, uomo saggio e grande leader dei Sioux, si arrese e finì la sua vita in una riserva indiana, ucciso dal commando venuto per arrestarlo. Cavallo Pazzo, che una profezia aveva definito invincibile, non fu mai sconfitto o ferito. Anche lui, però, dovette arrendersi per fame e fu giustiziato con una baionetta. I Sioux persero le colline sacre ma non abbandonarono mai quel luogo con lo spirito e iniziarono una lunga battaglia giuridica con gli Stati Uniti.

Alla fine il Popolo vinse in tribunale ma, nonostante l’indigenza di molti, rifiutò i soldi dello stato che aveva profanato il suo terreno sacro. Quei 105 milioni di dollari furono depositati in un conto e oggi, con gli interessi, valgono 1.3 miliardi. I Sioux, però, continuano a non toccarli. È il più grande vaffanc*lo della storia.

«Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche»

Toro seduto
  • Il condottiero Sioux Cavallo Pazzo
  • Il Generale Custer fu ucciso dai Sioux a Little Big Horn
  • sioux

Chi era Ruth Bader Ginsburg, paladina delle donne

Ruth Bader Ginsburg aveva fatto propria una famosa frase di Sara Moore Grimké, pronunciata a metà ‘800:

«Non chiedo alcun favore per il mio sesso. Tutto ciò che chiedo ai nostri fratelli è che tolgano i loro piedi dal nostro collo».

Sara Moore Grimké

Ruth era stata una delle sole nove donne in una classe di 500 uomini a laurearsi in diritto alla Cornell University, nel 1954. Al preside della facoltà che aveva chiesto loro: «Perché state occupando un posto che poteva essere assegnato a un uomo?», Ruth Bader Ginsburg rispose ironicamente: «Mio marito Marty è iscritto al secondo anno. Sono qui per imparare di più riguardo al suo lavoro così da poter diventare una moglie più paziente e comprensiva». Poi andò alla Columbia per laurearsi anche in Giurisprudenza.

La carriera di Ruth Bader Ginsburg

Nel 1972 co-fondò il Women’s right project e iniziò la sua battaglia per i diritti delle donne. Fu proprio in quell’anno che difese il capitano Susan Struck, rimasta incinta e costretta a scegliere tra perdere il lavoro o abortire. Susan sarebbe stata una delle 4.071 militari donne a perdere il proprio posto nell’esercito tra il 1969 e il 1971, se non fosse intervenuta Ruth.

Nel 1993, dopo un decennio alla Corte d’Appello di Washington D.C., il presidente Bill Clinton la nominò giudice della Corte Suprema, seconda donna nella storia (dopo Sandra O’Connor nel 1981) a raggiungere quel ruolo.

A chi le chiedeva quanti, dei nove seggi totali nella suprema corte di giustizia, avrebbero dovuto essere occupati da donne, Ginsburg rispondeva:

«Tutti e nove. Se vi stupite, pensate che ci sono sempre stati nove uomini prima e nessuno ha mai detto niente»

Ruth Bader Ginsburg

La più anziana giudice della Corte Suprema è morta a 87 anni, il 18 settembre, nella sua casa di Washington, a causa di un tumore al pancreas, dopo una vita di lotta per i diritti delle donne e di tutti coloro che non avevano una voce. Se ne è andata preoccupata per un futuro che si prospetta più oscuro del passato.

«I dissidenti parlano a un’epoca futura»

ruth bader ginsburg
La giudice Ruth Bader Ginsburg
La giudice Ruth Bader Ginsburg

Perché il metodo Montessori è usato in tutto il mondo, ma non in Italia

Maria Montessori, nata 150 anni fa, ha rivoluzionato l’insegnamento, fondando il metodo Montessori non sull’autorità dell’adulto ma sugli interessi del bambino. Eppure in Italia non usiamo il suo metodo.

Il metodo Montessori

Un metodo che, invece, è famoso e apprezzato in tutto il mondo quello della Montessori, prima donna italiana a diventare medico e unica a finire su una banconota. I fondatori di Google, Microsoft, Amazon, Wikipedia, autori come Gabriel Garcia Marquez o il futuro Re di Inghilterra, George, sono stati educati in una delle 60.000 scuole nel mondo che usano il metodo Montessori: 4500 negli Stati Uniti, 800 nel Regno Unito, oltre 1100 in Germania. Nei Paesi Bassi, un terzo delle scuole pubbliche sono a indirizzo Montessoriano. Nel nostro paese, invece, solo 137.

Perché l’Italia non sfrutta un sistema di educazione che è una vera e propria eccellenza nazionale? Il fascismo, in parte, ha frenato l’adozione del metodo di Maria Montessori (che fuggì dall’Italia nel 1934). A questo si è aggiunto il tradizionale conservatorismo nazionale.

Il problema dell’Italia

«In Italia, un metodo così rivoluzionario, che avrebbe richiesto da parte dello Stato di investire moltissimo nel cambiamento della didattica e nella formazione di nuovi insegnanti, risultava molto difficile» ha detto Tiziana Pironi, professoressa di Storia della Pedagogia a Bologna, in un’intervista del 2016.

Sonia Colucelli, coordinatrice delle scuole montessoriane in Piemonte, aggiunse, nella stessa intervista: «Quella italiana è una scuola che tendenzialmente ha fatto tanta fatica a rinnovarsi e a ripensare quelli che sono i rapporti di potere, i rapporti di forza nella comunità scolastica».

E mentre tanti studenti, nel mondo, fanno tesoro del metodo inventato dalla grande pedagogista italiana Maria Montessori, qui, nella sua terra, sono ancora pochi (e spesso ricchi) i fortunati. Un vantaggio che dovrebbe essere, invece, allargato a più italiani possibile.

«Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo»

maria montessori

Il rientro a scuola durante l’Influenza Spagnola

Non siamo i primi a dover affrontare il rientro a scuola di tanti ragazzi durante una pandemia. Cento anni prima del coronavirus, all’epoca dell’Influenza Spagnola, la chiusura delle scuole fu interrotta da tre città degli USA: New York, Chicago e New Haven. Le soluzioni che trovarono potrebbero aiutarci, oggi, ad affrontare la riapertura degli istituti scolastici nel nostro paese.

Perché le scuole di New York restarono aperte

Perché queste tre città decisero di lasciare le scuole aperte durante la peggiore epidemia del Novecento? New York aveva oltre un 1 milione di studenti all’epoca, il 75% dei quali viveva in appartamenti affollati e spesso poco igienici: «Per i ragazzi dei condominii la scuola offriva un ambiente ben ventilato, pulito, controllato da insegnanti, infermieri e dottori che effettuavano visite giornaliere» hanno scritto il Dr. Howard Markel, storico della medicina e direttore del Center for the History of Medicine dell’Università del Michigan, e i Dr. Alexandra Minna Stern, Mary Beth Reilly, Martin S. Cetron in un articolo su Public Health Report, il giornale ufficiale dell’US Surgeon General e dell’US Public Health Service.

Dopo il picco dell’Influenza Spagnola, il Dr. Royal S. Copeland, commissario sanitario di New York, disse al NY Times la stessa cosa: «I bambini lasciano case spesso poco igieniche (unsanitary, ndt) per i grandi, areati e puliti edifici scolastici dove sono sottoposti a controlli ed esami».

Cosa fecero le scuole di New York

Oltre al distanziamento sociale, le scuole di New York applicarono altre regole. I ragazzi non potevano riunirsi fuori dalla scuola, il loro insegnante doveva controllare eventuali sintomi dell’influenza e, nel caso, isolare i possibili malati.

Se uno studente aveva la febbre o la temperatura alta, un membro del Dipartimento di Salute Pubblica si occupava di lui. Lo riportava a casa dove valutava le condizioni di “isolamento e cura” del bambino. La famiglia aveva l’obbligo di rivolgersi al proprio medico o al sistema sanitario nazionale.

Per Copeland la soluzione trovata da New York era stata la migliore, ma il Dr. Markel e gli altri studiosi non sono dello stesso avviso. Un’analisi realizzata dalla Boston University su altre 43 città dello stesso periodo ha dimostrato che quelle che non riaprirono le scuole ottennero i risultati migliori in assoluto.

Cosa possiamo imparare per il rientro a scuola

Markel e molti altri studiosi concordano nel ritenere la riapertura delle scuole nel mondo un rischio non giustificato. Oggi le condizioni igieniche e il livello di informazione a casa sono migliori di un secolo fa. L’istruzione online è possibile, seppure non all’altezza di quella in presenza (e non dimentichiamo il digital divide). Inoltre, nel 1918 l’influenza era una malattia ben nota, al contrario del nuovo coronavirus di cui non sappiamo ancora abbastanza per essere al sicuro. Secondo Markel, è «Meglio essere al sicuro che dispiaciuti».

Ma se decidiamo di riportare i nostri figli a scuola, cosa ci può insegnare la risposta di New York all’Influenza Spagnola?

  • Usare classi ben ventilate o all’aria aperta, nel rispetto del distanziamento sociale.
  • Assumere personale medico nelle scuole (quelle di New York avevano un’infermiera in istituto sin dal 1902).
  • Monitorare i sintomi di studenti e insegnanti, con termoscanner e tamponi, come ha suggerito il virologo Andrea Crisanti poco tempo fa.
  • Coordinare al meglio il sistema sanitario nazionale con gli istituti, perché ci sia una risposta rapida e ben organizzata ad eventuali focolai.

Quest’ultimo punto è il più importante. L’educazione delle prossime generazioni deve diventare la priorità per il nostro governo, come ha sottolineato Mario Draghi pochi giorni fa a Rimini. La riapertura delle scuole non riguarda, infatti, solo genitori, insegnanti e studenti, ma tutta la nostra società. Sarà il banco di prova dell’Italia.

«Serve un intero villaggio per crescere un bambino»

Proverbio africano
  • scuola influenza spagnola
  • scuola influenza spagnola
  • rientro a scuola copeland influenza spagnola

L’Istituto Superiore di Sanità ha fornito le sue linee guida per il rientro a scuola, che trovate a questo link.

La morte dell’Imperatore Ottaviano Augusto

Ottaviano Augusto sentiva che la sua morte era vicina. Il potere assoluto, esercitato e accresciuto negli anni con così grande abilità, e le voci del popolo sulla sua natura divina, non lo avevano ingannato. Dietro quei suoi occhi impenetrabili una mente sempre lucida manteneva piena coscienza della propria condizione umana.

L’ultimo viaggio di Ottaviano Augusto

Era il mese a lui intitolato e l’Imperatore viaggiava per Benevento, dove avrebbe salutato il suo figlio adottivo Tiberio, in partenza per l’Illirico. Ma, imbarcatosi ad Astura, iniziò a sentirsi male e capì che il tempo della fine era giunto. Proseguì nel viaggio senza rinunciare a niente: sostò quattro giorni a Capri, vide uno spettacolo di efebi, organizzò un grande banchetto. Non abbandonò neanche i suoi impegni, presenziando il concorso di ginnastica in suo onore a Napoli. Ma presto si aggravò.

Si ritirò a Nola, nella casa e nella stanza dove suo padre, Gaio Ottavio, era morto più di 70 anni prima. Tiberio lo raggiunse e parlarono a lungo, in segreto. Poi sorse l’alba del suo ultimo giorno, il 19 agosto del 14 d.C.

«Se vi è piaciuta la commedia, applaudite»

L’imperatore si fece portare uno specchio e si sistemò, disse addio ai suoi amici con la frase tradizionale: «Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Poi restò solo con Livia e spirò dolcemente tra le sue braccia sussurrando: «Vivi nel ricordo del nostro matrimonio. Addio!».

Così se ne andò l’uomo più potente del mondo antico, uno dei più grandi politici di tutti i tempi, erede di Caio Giulio Cesare, lucido e calmo nella vita quanto nella morte. A noi lasciò le sue memorie nelle Res Gestae Divi Augusti e con sé portò i segreti abissi del suo animo, da sempre e per sempre insondabili.

Quando i sovietici soffocarono la Primavera di Praga

Oggi guardiamo con speranza alle manifestazioni per la democrazia in Bielorussia, quella stessa speranza che fu infranta, il 20 agosto del 1968, dai carri armati sovietici e del Patto di Varsavia durante la Primavera di Praga.

La Primavera di Praga e la risposta russa

Quella stagione di riforme si spense sotto gli inarrestabili cingolati russi. La Cecoslovacchia, uno dei pochi paesi in cui il comunismo era salito al potere senza l’imposizione russa, perse il suo slancio verso la democrazia.

Slancio merito di Alexander Dubcek, che voleva riportare nel paese quella libertà di stampa e di movimento che la Russia non poteva permettere a un paese comunista.

Tradita dalle sue stesse forze armate, la Cecoslovacchia fu travolta da uno tsunami di acciaio. Circa 6.000 veicoli corazzati e tra i 200.000 e i 600.000 soldati spinsero 300.000 persone a fuggire all’estero e molte altre a protestare in maniera non-violenta contro l’occupazione.

Jan Palach e Milan Kundera

Il 16 gennaio del 1969, lo studente Jan Palach entrò in Piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco, il 20 fu il turno dell’operaio Josef Hlavaty, il 20 febbraio dello studente diciannovenne Jan Zajíc, il 4 aprile concluse la protesta, immolandosi, l’operaio Evžen Plocek. Palach lasciò una lettera.

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

jan palach

L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera rese immortali quei terribili giorni. Scritto nel 1982, fu censurato in Repubblica Ceca fino al 1989 e pubblicato solo nel 2006.

jan palach e la primavera di praga
Jan Palach si immola per la Primavera di Praga

Quando cacciarono il giornalista Enzo Biagi

Era un vero giornalista, Enzo Biagi, e per questo un uomo scomodo. Scriveva e curava giornali già da ragazzino, a scuola, dove aveva dato vita, con alcuni compagni, alla rivista studentesca Il Picchio. E già allora si era scontrato col potere: il regime fascista soppresse dopo pochi mesi la piccola rivista studentesca, da allora Biagi divenne antifascista.

Il giornalista Enzo Biagi

Persino sui monti dell’Appennino, tra le privazioni della Resistenza, Biagi era direttore e unico redattore de I Patrioti, giornale dei partigiani con il quale informava la gente del reale andamento della guerra sulla Linea Gotica, smentendo costantemente la propaganda di regime.

Biagi viveva il giornalismo con un’integrità missionaria: «Ho sempre sognato di fare il giornalista: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie». In un paese come l’Italia, dove l’informazione, in particolare quella pubblica, era in mano al potere politico, Enzo Biagi visse una serie infinita di conflitti e allontanamenti.

Tutte le volte che cacciarono Enzo Biagi

Nel 1951 la sua posizione contro la bomba atomica gli fece lasciare il Carlino; nel 1960 le sue critiche al governo per la Strage di Reggio Emilia gli costarono il posto a Epoca, che pure aveva portato al successo. Nel 1963, dopo soli due anni, dovette lasciare la prima direzione in Rai perché “non allineato all’ufficialità”; nel 1971, tornato a il Resto del Carlino da dove, però, se ne nello stesso anno per gli attacchi dell’allora ministro delle finanze Preti. Nel 1981 dichiarò di non essere disposto a lavorare nel Corriere della Sera travolto dallo scandalo P2 e controllato dalla massoneria deviata, lasciando il posto. D’altronde Licio Gelli aveva già chiesto a Di Bella, direttore del quotidiano, di cacciare Biagi o di spedirlo come inviato in Argentina.

Sono gli anni delle interviste a Gheddafi (all’indomani della Strage di Ustica) e a Gorbacev, gli anni in cui Silvio Berlusconi, ancora molto lontano dallo scendere in politica, corteggia Biagi perché lavori in Mediaset. Il giornalista, però, rifiuta sempre.

L’Editto bulgaro

Poi lo tsunami combinato della caduta del Muro di Berlino e di tangentopoli travolge l’Italia e la cambia per sempre. Berlusconi fonda il suo partito e per Biagi tornano i problemi. All’epoca il giornalista conduce Il Fatto, un approfondimento serale dopo il TG1, che i critici considerano il miglior programma giornalistico dei primi cinquant’anni della RAI. Non sarà abbastanza. Il potere politico e mediatico di Berlusconi e l’integrità di Enzo Biagi sono destinati a entrare in conflitto. Cosa che succede pochi anni dopo, nel 2002.

Le critiche di Benigni al governo durante un’intervista a Il Fatto scatenano la reazione del Presidente Berlusconi e di tutti i suoi corifei, capeggiati da Giuliano Ferrara, finché, il 18 aprile del 2002, il Cavaliere rilascia una dichiarazione da Sofia, in Bulgaria, indicando i tre personaggi televisivi a lui sgraditi. Biagi è uno di loro.

Costretto a lasciare la Rai il 31 dicembre dello stesso anno, il giornalista si ritira dalle scene. Con lui perdiamo uno sguardo acuto temprato dalla saggezza ormai matura proprio negli anni convulsi post 11 settembre. Riuscirà a tornare in Rai anni dopo, esordendo con: «C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro». Ma, ormai anziano, morirà lo stesso anno, il 6 novembre del 2007. Il suo funerale accoglierà una folla sterminata di persone.

«Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti»

enzo biagi

John Lewis: l’uomo che marciò con Martin Luther King Jr.

John Lewis è morto venerdì. Era l’ultimo membro ancora in vita dei Big Six, i sei grandi leader del Movimento per i diritti civili che guidarono, con Martin Luther King, gli afroamericani all’emancipazione nella seconda metà del Novecento. Nacque nella contea di Pyke, Alabama, vicino alla cittadina di Troy nel 1940, terzo di dieci figli in una famiglia di contadini. Diversamente da altri attivisti della sua epoca, nati e cresciuti al nord, John visse fin da giovanissimo la segregazione sulla propria pelle come fosse la normalità.

La segregazione di John Lewis

Il suo primo contatto col regime razzista del sud avvenne proprio a Troy, da bambino. Scoprì allora di non poter bere dalla stessa fontanella dei bianchi e di essere costretto a usarne un’altra sporca che versava acqua a malapena potabile.

Furono gli zii di John a raccontargli di un altro mondo, dove i neri potevano bere dalle fontanelle dei bianchi, frequentare le loro scuole, usare gli stessi posti sull’autobus. Gli zii vivevano al nord, nello stato di New York, e le cose lassù erano molto diverse. A 15 anni John sentì alla radio Martin Luther King Jr. parlare del boicottaggio dei bus di Montgomery, dopo l’arresto di Rosa Parks. La sua vita cambiò.

La lunga marcia con Martin Luther King Jr.

Dai campi della segregazione e della povertà dell’Alabama, attraverso i bus dei Freedom Riders, le marce di Selma, le innumerevoli celle, fino alla Camera dei Rappresentanti e al governo degli Stati Uniti, John Lewis ha incarnato per mezzo secolo il più alto significato di destino costruito a dispetto delle circostanze. Quando Barack Obama prestò giuramento al Campidoglio, a Lewis, che era presente come deputato, arrivò un biglietto che diceva, semplicemente: «Grazie a te, John». Lo aveva inviato il Presidente Eletto.

Padre e figlio del Movimento dei diritti civili, John Lewis era l’ultima memoria di una generazione perduta la cui battaglia è,oggi, passata alle più giovani, in marcia per le strade del mondo per il Black Lives Matter.

«Non ti arrendere mai, non cedere mai, non diventare mai ostile. L’odio è un fardello troppo grande da portare»

john lewis

L’uomo che combattè la Seconda Guerra Mondiale con arco e spada

Jack Churchill combatté tutta la Seconda Guerra Mondiale armato di arco lungo, frecce, spada a lama larga scozzese e cornamusa, guadagnandosi il soprannome di Fighting o Mad Jack.

La Seconda Guerra Mondiale di Mad Jack Churchill

Sbarcò in questo modo a Catania i primi di luglio del 1943 con il resto degli alleati e lo stesso fece poi a Salerno, alla testa del No. 2 Commando col quale catturò un posto di osservazione tedesco e poi la città di Molina, facendo quarantadue prigionieri e aprendo la via alle forze anglo-americane. Usò, anche in quel caso, arco, frecce e spada.

Fu catturato dai tedeschi durante le operazioni nell’Adriatico, fuggì percorrendo a piedi 150 km fino a Verona, dove ritrovò gli alleati. Fu inviato nel Pacifico, poi in Medio Oriente e infine divenne istruttore di guerra aero-terrestre in Australia dove si innamorò del surf.

Si congedò dall’esercito nel 1959, dopo aver ottenuto due volte la Military Cross e il Distinguished Service Order. Visse una vita felice ed eccentrica nel Surrey fino alla sua morte nel 1996.

Althea Gibson e Arthur Ashe vincono Wimbledon

Althea Gibson e Arthur Ashe furono i primi campioni di tennis a vincere il prestigioso torneo di Wimbledon, rispettivamente nel 1957 e nel 1975, partendo come sfavoriti.

Althea Gibson

Luglio del 1957. Althea Gibson è concentrata, sul campo verde di Wimbledon. Davanti a lei Darlene Hard è pronta all’ultimo scambio.

Althea è afroamericana ed è nata nella Carolina del Sud, il primo stato a dichiarare la secessione durante la guerra civile, orgoglioso delle sue radici sudiste e schiaviste. Nonostante la segregazione è riuscita a sfondare nel tennis. Ha già vinto gli Open di Francia ed è arrivata in finale agli US e Australian Open. Wimbledon è il momento cruciale della sua vita.

Servizio. La palla rimbalza sull’erba. Il mondo bianco e anglosassone, ricco e potente, trattiene il fiato. Althea si allunga, fa punto e diventa la prima donna afroamericana a vincere Wimbledon.

Arthur Ashe

Luglio 1975. Arthur Ashe viene da Richmond ed è sempre stato un giovane scoordinato. Finché non ha scoperto il tennis. E quest’anno è il suo anno, la sua migliore stagione di sempre, che lo ha portato fino al campo verde di Wimbledon.

Ma le cose non stanno andando bene, John Connors è forte, troppo forte, uno dei migliori tennisti al mondo. Arthur Ashe combatte punto dopo punto, sente che l’avversario si sta deconcentrando, sente che può attaccarlo, che c’è una breccia.

Arthur Ashe ha trentadue anni, il suo avversario è a un passo dal secondo titolo mondiale. Ma Ashe non molla, come non aveva mollato a Richmond, da ragazzo, quando aveva iniziato a giocare. Quarto set, ultimo punto. Ashe segna e vince. Il primo afroamericano a vincere Wimbledon.

Althea Gibson e Arthur Ashe: due vittorie nel caldo di luglio, due momenti che hanno cambiato la storia.