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Jurij Gagarin, il primo uomo che vide la Terra dallo spazio

Sessanta anni fa Jurij Gagarin lasciava il pianeta e conquistava lo spazio, osservando, per la prima volta nella storia umana, la Terra dal vuoto oscuro oltre l’atmosfera. Aveva compiuto 27 anni da un mese.

Jurij Gagarin, l’astronauta figlio di un falegname

Nato in una famiglia umilissima di Klušino, a soli 7 anni visse l’invasione nazista. Un ufficiale tedesco requisì la casa della sua famiglia, la costrinse a vivere in una piccola capanna di fango nei campi per poi spedire i due fratelli maggiori di Jurij ai lavori forzati in Polonia. Quando la guerra finì e i nazisti furono cacciati, la famiglia Gagarin se ne andò da Klušino a Gzhatsk, dove Jurij poté riprendere gli studi.

Un percorso, il suo, che sembrava già deciso. Figlio di contadini, fratello di contadini e artigiani, era destinato al lavoro manuale, probabilmente in acciaieria. Ma la passione per il volo cambiò il suo e il nostro futuro. Iniziò a studiare volo a Saratov, nei fine settimana, mantenendosi lavorando come marinaio sul Volga. A 21 anni riuscì a entrare nella scuola di volo di Orenburg e il resto divenne storia.

Il 12 aprile del 1961 Jurij Gagarin esclamava Pojéchali! (Andiamo!) alla radio mentre lasciava la superficie terrestre col Vostok 1. Raggiunse l’altitudine di 302 km viaggiando a 27.400 km/h. Fu allora che Jurij vide il nostro pianeta dallo spazio: «Il cielo è molto nero, la Terra è azzurra. Tutto può essere visto molto chiaramente». Da allora la nostra casa divenne “il pianeta azzurro”.

Gagarin rientrò paracadutandosi dal Vostok quando ridiscese a 7.000 metri. Non sapeva, nel momento stesso in cui diventava leggenda per il mondo intero, che quel suo volo nello spazio sarebbe stato l’apice della sua vita. Morì, infatti, solo sette anni dopo mentre volava sui suoi amati aerei. Aveva compiuto 34 anni meno da meno di un mese.

«In tutti i tempi e in tutte le epoche la più grande felicità per le persone è stata partecipare a nuove scoperte».

Jurij Gagarin
Il maggiore Jurij Gagarin
Il maggiore Jurij Gagarin

Il Principe Filippo e il suo ambientalismo controverso

Il Principe Filippo, morto il 9 aprile 2021, era famoso la sua battaglia ambientalista. «Facciamo parte della grande rete della vita, siamo legati alle altre forme di vita tanto quanto loro sono legate a noi. Se noi umani abbiamo ottenuto questo potere, non semplicemente di vita e di morte ma di estinzione o sopravvivenza, siamo tenuti a esercitarlo con un qualche tipo di senso morale. Perché estinguere un’intera specie che dovrebbe sopravvivere?

«La conservazione della natura, il prendersi cura dell’ambiente e preoccuparsi del futuro a lungo termine dell’intero pianeta sono assolutamente vitali se vogliamo che le future generazioni possano vivere sulla Terra».

L’ambientalismo del Principe Filippo

Il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, fu patrono del WWF e fondatore dell’Australian Conservation Foundation. Eppure rifiutò sempre l’appellativo di “verde” o “ambientalista”. Filippo era un uomo sfaccettato e complesso che sfuggiva alle categorie assolutistiche della contemporaneità.

Conservazionista, credeva anche nel valore della caccia come metodo di gestione della fauna. Assieme a molti altri cacciatori del secolo scorso, fondatori dei primi parchi naturali nel mondo, Filippo non considerava l’uomo uno spettatore della natura. Per lui l’umanità era un elemento fondamentale dell’ambiente, responsabile della sua conservazione proprio per il suo ruolo di predatore in cima alla catena alimentare.

Col suo tipico, dissacrante, umorismo politicamente scorretto, rispose sull’argomento a Fiona Bruce, durante un’intervista sulla BBC. «Penso ci sia una differenza tra essere preoccupati per la conservazione della natura e coccolare i conigli».

La nascita e la fuga di Siddharta Gautama Buddha

Siddharta Gautama, poi noto come Buddha, nacque a Kapilavastu l’8 aprile del 563 a.C. circa, nella famiglia nobile degli Sakya. I genitori di Siddharta erano già anziani quando lo ebbero, primo e unico figlio di un’unione altrimenti sterile. Sua madre Maya, a causa del travaglio, morì sette giorni dopo il parto. Suo padre, Suddhodana, rāja di un piccolo stato indiano, per timore di perdere quell’unico discendente della sua stirpe fece di tutto per tenerlo con sé. Lo affidò alla sua seconda moglie, Pajāpatī, che lo crebbe nel più grande sfarzo, lontano dalla sofferenza del mondo reale.

La fuga e l’illuminazione di Siddharta Gautama Buddha

Ma a 29 anni, Siddharta fuggì dal palazzo, spinto dalla curiosità, e scoprì la crudeltà degli uomini e il dolore che li affliggeva. Questi elementi erano del tutto alieni a Siddharta che per decenni aveva vissuto protetto dalle mura del suo palazzo. La compassione che il ragazzo sentì, quel giorno, per il popolo lo spinse a lasciare gli agi e a cercare una via di salvezza. L’Illuminazione, che raggiunse a 35 anni attorno al 530 a.C., cambiò la sua vita e la storia del mondo per sempre.

Buddha, infatti, è considerato uno dei Cinque Illuminati. Cinque pensatori, filosofi, guide religiose e spirituali che, durante il VI secolo a.C., in cinque diverse parti del mondo, formularono filosofie che cambiarono per sempre la storia dell’umanità divenendo il cuore delle correnti di pensiero successive.

Siddharta fu il più sublime di tutti loro, un vero rivoluzionario che non si accontentò di cambiare la società, ma la vita stessa dell’Uomo. Egli cercò di distruggere l’avidità umana che era la causa del dolore, aprendo la via per annullare sé stessi e infine trascendere al Nirvana.

«Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare».

Siddharta Gautama Buddha

Immagine di copertina: Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci con Keanu Reeves.

Violet Gibson, la donna che sparò a Benito Mussolini

Violet Gibson, che avrebbe sparato a Benito Mussolini, era una ragazza di buona famiglia, figlia di un politico anglo-irlandese, costretta dalle convenzioni della società vittoriana. Dopo il debutto alla corte della Regina Vittoria, Violet rifiutò gli ideali, la religione e lo stile di vita dell’Impero Britannico, diventando pacifista. La sua indipendenza e il fascino che provava verso le dottrine esoteriche la resero facile obiettivo dei pregiudizi dell’epoca. Considerata pazza già prima del 1926, fu internata due volte prima del suo trasferimento a Roma.

L’attentato a Benito Mussolini

Qui, il 7 aprile del 1926, si recò in piazza del Campidoglio dove Benito Mussolini stava inaugurando un congresso di chirurghi. Violet raggiunse Il Duce mentre usciva dal palazzo, estrasse la pistola e sparò tre colpi, ferendolo al naso. Secondo studiosi come Arrigo Petacco, a salvare Mussolini sarebbe stato un saluto romano che stava porgendo nel momento dello sparo: tirando indietro il capo e irrigidendosi come sua abitudine nel saluto, avrebbe inconsapevolmente portato la testa fuori traiettoria.

La folla si gettò su Violet per linciarla ma la polizia le salvò la vita arrestando la prontamente. Interrogata in questura, non rivelò le ragioni dell’attentato. Mussolini cercò di sdrammatizzare l’evento scherzando sulla presenza di così tanti medici pronti a soccorrerlo, ma in realtà si preoccupava di apparire debole dopo essere stato ferito da una donna.

Violet, ritenuta inferma di mente, fu rispedita in Inghilterra per essere rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Northampton. Vent’anni dopo, quando la guerra e la caduta di Mussolini rivelarono l’orrore del fascismo, molti si domandarono se Gibson fosse stata davvero “solo una pazza”. Ma la storia non poteva più essere riscritta e Violet rimase al St Andrew’s di Northampton dove morì nel 1956.

«Mussolini era così misogino, come l’intero regime fascista che fu scioccato dall’essere stato ferito da una donna e da una straniera. Quello fu un duro colpo per il suo grande ego»

Frances Stonor Saunders, The Woman who shot Mussolini
Violet Gibson dopo l'arresto
Violet Gibson dopo l’arresto

Immagine di copertina: Violet Gibson, The Irish Woman Who Shot Mussolini con Olwen Fouéré.

La guerra degli afroamericani contro il nazismo e il razzismo

Il Sergente William E. Thompson e il Soldato di Prima Classe Joseph Jackson, militari afroamericani del 969 Battaglione di Artiglieria, erano tra i pochi sopravvissuti della Battaglia di Bulge che supportarono l’aeronautica durante l’Assedio di Bastogne. L’ironia di questi soldati era un’ arma contro l’orrore della guerra, che nel 1945 andava verso la sua inevitabile fine.

L’Europa degli afroamericani

Ma per i soldati neri degli USA il termine della guerra non significava il ritorno alla libertà. Anzi, per tutti loro, annunciava il rientro nei ghetti e nelle campagne segregate degli USA. Solo in Europa avevano sperimentato la vera libertà. Nella stessa Germania, guidata dai bianchi suprematisti del partito Nazista, la cultura nera era molto più accettata che negli USA: «Il jazz, i nostri balli, la nostra musica, la nostra arte. I tedeschi ne sono affascinati» affermò l’Associazione Nazionale dei Veterani Neri.

Quando il capo della NAACP visitò l’Europa per investigare la condizione dei soldati afroamericani, un tedesco gli si avvicinò esclamando: «Come potete parlare del razzismo tedesco quando mantenete la segregazione tra bianchi e neri persino nell’esercito?». Una domanda che non ebbe risposta.

Gli USA si dicevano portatori della democrazia mentre, nel proprio paese, condannavano una vasta parte del popolo alla segregazione delle leggi Jim Crow. Fu proprio l’esperienza europea dei soldati neri e il loro orgoglio di veterani di guerra a dare la prima spinta al Movimento per i Diritti Civili. La segregazione nell’esercito fu abolita nel 1948 dal Presidente Truman e in Corea i soldati neri marciarono al fianco di quelli bianchi. Dieci anni dopo quella marcia sarebbe arrivata a Washington e al discorso di Martin Luther King.

Il rivoluzionario transgender Amelio Robles Ávila

L’eroe transgender Amelio Robles Ávila nacque donna nel 1889 ma visse come un uomo. Figlio di un agricoltore del Xochipala, Messico, rimase orfano da piccolo e fu cresciuto insieme ai numerosi fratelli dalla madre e dal suo nuovo marito, entrambi ferventi cattolici. Poté studiare, ma solo fino alla quarta elementare e poi iniziò a lavorare. Interessato, fin da piccolo, ad armi e cavalli, divenne un ottimo tiratore e, a 22 anni, decise di scrollarsi di dosso quell’identità femminile che non gli apparteneva e si arruolò nell’esercito rivoluzionario del Messico. Era il 1911.

La battaglia di un rivoluzionario transgender

Ma la storia di Amelio non fu quella di una donna che si fingeva uomo per impugnare le armi. Ventiquattrenne, dopo due anni di guerra combattuti come donna, Amelio accettò la sua vera identità. Nel fuoco della lotta rivoluzionaria per il Messico, vestì abiti maschili e chiese ai suoi commilitoni e ai suoi superiori di indicarlo come uomo. E tutti accettarono.

Combatté da eroe per il Messico, divenne Colonnello e ricevette numerose medaglie tra le quali la Legione d’Onore. Anche Maria de la Luz Barrera e Ángel(a) Jiménez  avevano vestito abiti maschili per unirsi alla rivoluzione, ma la scelta di Amelio fu per la vita. Finita la rivoluzione incontrò Ángela Torres in Apipilulco e la sposò negli anni Trenta. La coppia adottò anche una figlia Regula Robles Torres. Ma con gli anni Amelio si estraniò dalla sua famiglia.

La famiglia, la società e persino il Governo accettarono l’identità maschile di Amelio. Pochi gli scontri, come ad Iguala, dove alcuni uomini lo attaccarono per rivelarne il sesso, ma Amelio ne uccise due e mise in fuga gli altri. In generale, Robles visse la sua vita da uomo senza problemi fino alla morte, avvenuta nel 1984 a 95 anni.

Ho Feng-Shan, il console cinese che salvò migliaia di ebrei

Ho Feng-Shan era solo trentenne quando, a Vienna, salvò migliaia di ebrei dallo sterminio nazista. Nato nello Hunan, Ho era rimasto orfano da bambino, aveva studiato duramente e, con un dottorato in economia politica, era riuscito a entrare nel corpo diplomatico della Cina di Chiang Kai-shek.

Il console che salvò gli ebrei

Il suo primo incarico fu in Turchia, poi divenne il Primo Segretario della legazione cinese a Vienna nel 1937 e nel 1938, infine, Console Generale. Ho aveva 37 anni, l’Austria era appena stata annessa alla Germania di Hitler attraverso l’anschluss. Quello stesso anno, tra il 9 e il 10 novembre, la notte dei cristalli coi suoi 1.500 morti chiarì gli intenti omicidi del Reich nei confronti degli ebrei.

La loro unica speranza era fuggire all’estero, cosa difficile perché, alla Conferenza di Evian del 1938, 31 nazioni su 32 avevano rifiutato l’accoglienza ai migranti ebrei. Ho si portò, allora, sulla linea di fuoco tra Hitler, Goebbels e gli oltre 200mila ebrei austriaci. Contro gli ordini del suo diretto superiore, Chen Jie, ambasciatore cinese a Berlino, Ho iniziò a rilasciare visti per Shanghai.

È ancora oggi un mistero quante vite riuscì a salvare Ho Feng-Shan. Sappiamo che, solo nel suo primo semestre di lavoro, fece fuggire più di 2.000 persone e che continuò a ricoprire il ruolo di Console per tutto l’anno seguente. Infine il Governo cinese lo costrinse a rientrare. Ho non ricevette riconoscimenti per le sue azioni, anzi, fu sempre indicato come un ufficiale disobbediente. Nel 1973 si ritirò e il governo (ormai a Taiwan) gli rifiutò la pensione per poi accusarlo di corruzione. Ho si trasferì a San Francisco dove spirò nel 1997.

Ma la sua storia emerse dopo la morte e così, l’organizzazione Yad Vashem lo riconobbe Giusto tra le Nazioni in Israele. Nel 2015 sua figlia lo rappresentò alla cerimonia nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme.

Addio a Nawal al-Sa’dawi, intellettuale laica e femminista

Nawal al-Sa’dawi è sempre stata considerata una pericolosa femminista dal potere. Nata a Kafr Tahla, un piccolo villaggio sul Nilo, iniziò a contestare le bigotte leggi egiziane quando aveva solo cinque anni, scrivendo direttamente a Dio. Aveva subito la mutilazione genitale e per questo fu tra le prime a prendere posizione sulla morte di Bedur Shaker, sottoposta a una clitoridectomia a soli 12 anni.

«Bedur, dovevi morire per fare un po’ di luce nell’oscurità delle menti? Dovevi pagare con la tua cara vita un prezzo … a dottori e chierici per insegnar loro che la vera religione non taglia gli organi dei ragazzi».

Nawal al-Se’dawi

Nawal al-Se’dawi, umanista e femminista

Nawal era una pensatrice specchiatamente laica e femminista. E questi due aspetti erano uno conseguenza dell’altro.

«La contrarietà alle donne è universale e non riguarda solo il mondo arabo. Penso al fronte cristiano, ai cosiddetti ‘valori della famiglia’ con doppio standard; e poi il radicamento dell’idea di verginità obbligatoria, i cosiddetti ‘delitti d’onore’, le mistificazioni culturali, le violenze fisiche e psicologiche».

Nawal al-Se’dawi

Laureata in medicina e psichiatria, l’Italia la scoprì trentacinque anni fa, quando Giunti Editore pubblicò il suo Firdaus. Storia di una donna egiziana, un attacco all’islamismo e al patriarcalismo della società egiziana. La storia che racconta è realmente accaduta ed è narrata in prima persona dalla stessa Firdaus, assassina che Nawal conobbe durante una visita al carcere femminile de Il Cairo.

«Ero l’unica donna che avesse strappato via la maschera e rivelato il volto della loro sporca realtà. Mi hanno condannato non perché ho ucciso un uomo, migliaia di persone muoiono ogni giorno, ma perché lasciarmi in vita fa loro paura. Sanno che finché sono viva, non sono sicuri; sanno che li ucciderei. La mia vita significa la loro morte. E la mia morte significa la loro vita. Vogliono vivere. E vita per loro vuol dire altri crimini, altre spoliazioni, rapine infinite».

nawla al-se’dawi, firdaus. Storia di una donna egiziana

La lunga storia del razzismo anti-asiatico negli USA

In USA sta montando un’onda di odio razziale contro le persone di origini asiatiche. Le recenti aggressioni di San Francisco, Oakland e Brooklyn sono solo gli ultimi episodi di un razzismo cresciuto per tutto il 2020. A settembre il NYPD segnalava un aumento delle aggressioni contro gli asiatici nella prima metà dell’anno di circa il 1.900%. L’ONU ha contato 2.000 casi di incidenti razzisti ai danni degli asiatici solo tra Marzo e Maggio negli USA.

Anche il massacro di Atlanta del 18 marzo, per quanto motivato da un delirio religioso, è stato perpetrato proprio ai danni di sex worker asiatiche, con 8 morti. Molti attivisti incolpano l’ex-amministrazione Trump di aver alimentato questa rabbia, ma la storia del razzismo anti-asiatico negli USA è molto antica.

Il razzismo anti-asiatico negli USA

La prima legge anti-immigrazione su base etnica della storia americana fu proprio il Chinese Exclusion Act del tardo ‘800. All’inizio del ‘900, invece, furono i Filippini a essere vittime della discriminazione americana, nella loro stessa terra. Ma l’episodio peggiore di razzismo anti-asiatico fu l’Ordine Esecutivo 9066. Dopo Pearl Harbor, nel 1942, il Presidente Franklyn Delano Roosevelt internò tutti i “sospetti nemici”.

110.000 giapponesi, il 62% dei quali erano cittadini americani, furono strappati dalle loro case e deportati in campi di concentramento. Nel 1944, Fred Korematsu denunciò questo ordine come incostituzionale ma la Corte Suprema gli diede torto. Solo quarant’anni dopo, i Presidenti Ford, Carter e Reagan riaprirono la questione facendo ammenda per l’ordine di Roosevelt e garantendo ai sopravvissuti un risarcimento di 20mila dollari.

Il Congresso e la Casa Bianca firmarono un documento dove affermavano che le decisioni del Governo nel 1942 si erano basate su “pregiudizi razziali, isteria e mancanza di leadership politica”. Emozioni che hanno dominato anche l’ultimo anno della società americana.

Il campo per giapponesi di Manzanar
Il campo per giapponesi di Manzanar

Come la P2 di Licio Gelli ha cambiato la storia d’Italia

I due giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone stavano indagando sul rapimento dell’avvocato Michele Sindona quando trovarono, il 17 marzo del 1981, nella fabbrica di Licio Gelli, una lista di quasi mille iscritti alla loggia massonica P2. Un elenco che conteneva nomi di importanti politici, imprenditori, avvocati, dirigenti di imprese ma soprattutto membri delle forze armate italiane e dei servizi segreti italiani.

Lo scandalo della P2

Tutti confratelli di un’organizzazione parallela allo stato che per anni, in Italia, aveva gestito il potere, indirizzato l’azione politica, insabbiato indagini, manipolato i media. «Con la P2 avevamo l’Italia in mano. Con noi c’era l’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate dagli appartenenti alla P2» dirà, in un’intervista a Klaus David, lo stesso Licio Gelli.

Lo scandalo travolgerà tutta la società italiana. Le inchieste e le commissioni parlamentari che seguirono demolirono la Loggia, ma «può essere sopravvissuto il suo sistema di relazioni politiche, finanziarie e criminali» suggerì dieci anni dopo Luciano Violante, Presidente della Commissione Antimafia, commentando la discesa in campo di Berlusconi (tessera 1816 della P2).

La Loggia Propaganda aveva avuto una lunga storia. Fondata, la prima volta, nel 1877 come parte di quella galassia massonica dell’Italia liberale, era stata spazzata via dall’arrivo del fascismo. Fu, quindi, ironico che proprio un militante fascista, Licio Gelli, la riprese in mano nel dopoguerra portandola, nuovamente, alla rovina. Propaganda 2 aveva un indirizzo fortemente politico e un “piano di rinascita democratica” per l’Italia.

Gli obiettivi principali della P2 di Licio Gelli 

  1. La nascita di due partiti
  2. Controllo sui mass media
  3. Superamento del bicameralismo perfetto
  4. Riforma della magistratura, separazione delle carriere e responsabilità del CSM nei confronti del parlamento
  5. Riduzione del numero dei parlamentari
  6. Abolizione delle Province
  7. Abolizione del valore legale del titolo di studio
  8. Non rieleggibilità del Presidente della Repubblica

«Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere»

Sandro Pertini