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La rivolta di Stonewall e la nascita del movimento LGBTQI+

Sono le 1.20 del mattino del 27 giugno 1969, la notte è calda e l’atmosfera elettrica tra le strade del Greenwich Village. I poliziotti stanno entrando allo Stonewall Inn, niente di nuovo, una delle solite retate fatte per schiacciare la comunità LGBT che popola il quartiere. In realtà è l’inizio della rivolta di Stonewall.

La rivolta di Stonewall

Sono anni che va avanti così. Certo, le cose sono migliorate, dopo le denunce contro la polizia di molti membri del “movimento omofilo”, ma nel 1969 il sindaco John Lindsay rischia di non essere rieletto e quindi ordina al vice ispettore Seymour Pine di guidare un’incursione allo Stonewall Inn per raccogliere informazioni e ricattare gli omosessuali di Wall Street che frequentano il locale.

Insomma, niente di nuovo. Ma quella notta è calda e l’atmosfera elettrica tra le strade del Village. Tutte le forze sopite nel cuore della comunità LGBT si sono unite: il sentimento antiautoritario del ‘68, la guerra del Vietnam, il black power, la liberazione sessuale, anni e anni di vessazioni e ricatti e morte. Quando la polizia entra allo Stonewall accende la miccia di una montagna di esplosivo.

La nascita del movimento LGBT

Stonewall deflagfra guidato da tre persone che non vogliono più subire: la drag queen Marsha P. Johnson, la persona transgender Sylvia Rivera e la lesbica Stormé DeLarverie. L’orgoglio LGBT rinasce come un fuoco tra le macerie della rivolta.

La notte è una battaglia sotto le luci diafane dei lampioni. Arrivano le forze speciali della polizia e quelle del movimento LGBT: un corteo di drag queen che blocca la Tactical Force con il coro:

Siamo le ragazze dello Stonewall

abbiamo i capelli a boccoli

non indossiamo mutande

mostriamo il pelo pubico

e portiamo i nostri jeans

sopra i nostri ginocchi da checche!

Drag queen durante i moti di Stonewall

È la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. La comunità LGBT entra nel ‘68 e nei grandi moti di quegli anni, per la prima volta, come protagonista. Senza nascondersi, alzando la testa e gridando al mondo intero:

«We are everywhere!

Noi siamo ovunque»

Stonewall riots
Gli Stonewall riots

Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera e il movimento LGBT

Non ricordiamo spesso che il movimento per i diritti degli omosessuali è nato grazie alla tempra delle persone transgender e drag queen durante i moti di Stonewall. In particolare due di loro: Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera sono state il pilastro sul quale il movimento LGBT, come lo conosciamo oggi, è nato.

Marsha P. Johnson

Marsha P. Johnson (a sinistra nella foto), che si autodefiniva drag queen, era nata in New Jersey nel 1945. «Essere omosessuale è peggio di essere un cane» le disse la madre quando era adolescente, così Marsha prese i vestiti, i vinili e 15 dollari e se ne andò a New York, nel Greenwich Village dove divenne, da subito, parte integrante della crescente comunità LGBT.

Marsha aveva un carattere forte e fu una delle tre persone che, la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, si ribellò alla polizia e iniziò la rivolta di Stonewall, atto di nascita del Pride. Molti la ricordavano lanciare un bicchiere contro lo specchio del locale in fiamme gridando «Anche io ho i miei diritti!». Ma Marsha fu importante anche dopo Stonewall, come fondatrice del Gay Liberation Front, e dell’organizzazione per gay, trans e persone genderqueer.

Purtroppo la sua vita ebbe una tragica fine e il suo corpo fu ritrovato nel fiuem Hudson nel 1992. La polizia, contro la quale Johnson aveva alzato la testa trent’anni prima, fece chiudere la Seventh Avenue per permettere agli amici di Johnson di gettare le sue ceneri nel fiume.

Sylvia Rivera

Anche Sylvia Rivera (a destra) aveva un carattere forte ma tormentato. Orfana cresciuta dalla nonna che disapprovava i suoi modi femminili, Sylvia fuggì e iniziò la vita di strada a soli 11 anni. Era di New York quindi le fu naturale spostarsi al Village col resto della comunità transgender dove, nella notte tra il 27 e il 28 giugno, fu una delle animatrici dei moti di Stonewall e la prima ad attaccare la polizia. In seguito fondò lo STAR, assieme a Marsha Johnson, e poi entrò nella Gay Activists Alliance.

Poche persone potevano capire il dolore e la difficoltà del percorso di transizione che i giovani transgender dovevano affrontare quanto Sylvia. Divenne un’icona del movimento per la liberazione sessuale tanto che fu invitata anche a Roma, al primo Gay Pride della storia italiana nel 2000. Alla sua morte, a soli 50 anni per un tumore, la città di New York le dedicò una strada.

La poesia di Audre Lorde per i diritti LGBT

Audre Lorde nacque ad Harlem nel 1934. Fu una poetessa straordinaria e una figura carismatica, apertamente lesbica per tutta l’adolescenza (gli anni ‘50, in America), decise di sposare un uomo, Edwin Rollins, da cui ebbe due figli ma dal quale poi divorziò. La vita e la poesia di Audre Lorde per i diritti LGBT sono ancora oggi il cuore del movimento.

Ebbe numerose relazioni ma quelle con la militare statunitense Frances Clayton e con la scrittrice e accademica femminista Gloria I. Joseph furono le più importanti. Audre Lorde si definiva nera, lesbica, femminista, guerriera, poeta, madre. Purtroppo le sue opere sono ancora poco note e tradotte in Italia.

La poesia di Audre Lorde per i diritti LGBT

«La poesia non è solo sogni e visione; è l’ossatura dell’architettura delle nostre vite. In essa giacciono le fondamenta di un futuro di cambiamento, un ponte sulle nostre paure di ciò che non è mai stato prima».

«Amavo la poesia e amavo le parole. Ma la loro bellezza doveva avere lo scopo di cambiare la mia vita, o ne sarei morta. Se non ho modo di incanalare questo dolore e cambiarlo, mi ucciderà. Così ha inizio la protesta sociale».

Un volume degli scritti politici di Audre Lorde, Sorella Outsider, a cura di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida, è uscito in Italia nel 2014.

«Non sarò libera finché una sola donna sarà oppressa, anche se le sue catene sono diverse dalle mie»

audre geraldine lorde

La vita e lotta di Harvey Milk per i diritti LGBT

Harvey Milk aveva un carattere gioviale, se lo incontravi con un problema non ti aiutava solo a risolverlo, ti faceva ridere e abbandonare tutta quella mole oscura di preoccupazione dentro di te. La vita e la lotta di Harvey Milk sono state tra le più importanti della storia. Harvey era una persona che non si arrendeva davanti a nulla, proprio perché sapeva scherzare, mettere tutto in prospettiva. E perché era testardo, forse l’uomo più testardo di Castro, San Francisco, California, 1971.

La vita e la lotta per i diritti LGBT di Harvey Milk

Era un matematico che lavorava con le persone, un soldato di marina che aveva lasciato la divisa, un politico sconfitto più volte che tutti chiamavano “sindaco di Castro”. Harvey era il riassunto vivente di quanto le persone possano essere sfaccettate.

Grazie alla sua testardaggine e alla sua empatia, riuscì a farsi eleggere al consiglio comunale di San Francisco nel 1978. Diventò il primo politico apertamente omosessuale d’America. Nonostante il clima empre più omofobo, fece approvare una serie di leggi a favore dei gay e, soprattutto, fu decisivo nel rigetto della Proposition 6 che avrebbe permesso di licenziare qualsiasi insegnante omosessuale.

L’omicidio di Harvey Milk

Harvey riusciva a ridere di tutto, anche delle tante minacce di morte che riceveva. Ma non era avventato: iniziò a registrare audiocassette per lasciare qualcosa del suo pensiero, nel caso gli fosse successo qualcosa. Appena in tempo, perché il 27 novembre del 1978 il suo avversario politico, l’ex-consigliere reazionario Dan White, entrò di nascosto in Municipio e, dopo aver ucciso il sindaco che aveva appoggiato Milk, raggiunse l’ufficio di Harvey e crivellò di proiettili il collega.

Dan White uscì dal carcere dopo pochi anni e finì la sua vita suicidandosi nel garage della moglie. Harvey invece sopravvisse nelle sue leggi, nelle sue cassette, nella sua comunità, oggi tra le più importanti e consapevoli degli USA. Nella memoria di chi lo conobbe e che ha permesso a Sean Penn e Gus Van Sant di realizzare lo splendido film Milk. Harvey sorride ancora, nelle foto in bianco e nero, non si è mai arreso in vita e la sua comunità ha fatto lo stesso dopo la sua morte.

«Se non ti mobiliti per difendere i diritti di qualcuno che in quel momento ne è privato, quando poi intaccheranno i tuoi, nessuno si muoverà per te. E ti ritroverai solo»

harvey milk

Perché Indro Montanelli sposò una bambina in Africa

La statua imbrattata del giornalista, in questi giorni di Black Lives Matter, ci riporta a una domanda scomoda sul nostro passato coloniale: perché Indro Montanelli sposò una bambina in Africa? Per la pratica, comune a molti italiani, del madamato, da “madama”, moglie indigena. Parliamo di semplici matrimoni interetnici? No.

Indro Montanelli sposò una bambina in Africa

Indro Montanelli si arruolò negli Àscari a 26 anni, in pieni anni ’30. Gli Àscari erano un reparto di forze miste, italiane e indigene, nato sul finire dell’800 come Armata Hassan, banda mercenaria di Sangiak Hassan, poi integrata nell’esercito italiano. Indro Montanelli, come molti Àscari, approfittò dell’usanza del dämòz, una forma di contratto matrimoniale del luogo, per sposarsi con una ragazzina di 12 o 14 anni che, come le altre “madame”, era usata per le faccende domestiche e il sesso. Sulla vicenda lo stesso Montanelli ebbe un confronto televisivo famoso con Elvira Banotti e raccontò la sua verità in un articolo a questo link.

Cos’era il madamato di Indro Montanelli

Ma la verità di Montanelli non illumina che un lato della vicenda, quello maschile e italiano. Bisogna premettere che all’epoca anche in Italia c’erano donne che sposavano uomini più anziani, dopo un accordo tra famiglie: la condizione della donna in epoca fascista era subalterna ovunque. Ma in Africa si aggiungeva anche il totale arbitrio del marito, che spesso trattava la madama come una concubina, ne disconosceva i figli trascurando le sue responsabilità. I bambini del madamato finivano (spesso ma non sempre) nei brefotrofi, figli di mezzo di un mondo colonialista ormai prossimo alla fine.

Il razzismo di stato abolì il madamato

Dopo la conquista della Libia Rodolfo Graziani intervenne contro questa pratica, ma furono le leggi razziali, tra il 1937 e il 1938, a prendere una posizione netta contro il madamato. L’Italia fascista proibì la “mescolanza di razze” e gettò le madame nella clandestinità cercando di sostituirle con prostitute statali e case di tolleranza. La frase stessa di Guglielmo Nasi, governatore di Harar: «Aut Imperium Aut Voluptas!» dimostra come fossero considerate le donne, quelle indigene in particolare: una fonte di piacere voluttuoso per il maschio. D’altronde se persino in Italia l’economista Ferdinando Loffredo parlava de «la indiscutibile minore intelligenza della donna», quanto poteva valere, agli occhi del fascismo, una bambina, per giunta eritrea?

«In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di 12 anni»

«In Abissinia funziona così»

Elvira Banotti e indro montanelli
Il confronto tra Elvira Banotti e Indro Montanelli a “L’ora della verità” del 1969

Perché ci inginocchiamo per il Black Lives Matter

Vi siete chiesti perché i manifestanti del Black Lives Matter protestano inginocchiandosi? Questo potente gesto è un ponte che attraversa la storia americana, dall’Alabama degli anni ’60, passando per una partita di football del 2016, fino a noi.

La preghiera di Selma

Il 1 febbraio del 1965 Martin Luther King Jr. radunò il movimento per i diritti civili a Selma, Alabama, dopo che la polizia aveva arrestato 250 attivisti che sostenevano il diritto di voto per gli afroamericani. King si avvicinò a Ralph Abernathy, leader del movimento a Selma, e insieme si inginocchiarono sul marciapiede, in preghiera.

Il 7 marzo seguente Martin Luther King e altri 600 attivisti marciarono da Selma fino a Montgomery, la capitale dello stato, per ottenere il diritto di voto. Ma la polizia, armata di manganelli e lacrimogeni, li bloccò sul ponte del fiume Alabama e caricò il corteo pacifico. Il mondo chiamò quel giorno il Bloody Sunday statunitense.

Da Colin Kapernick al Black Lives Matter

Nel 2016, 51 anni dopo Selma, il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kapernick decise di restare seduto durante l’inno nazionale, in segno di protesta. Alla terza partita, si alzò e raggiunse i suoi compagni per poi inginocchiarsi come avevano fatto un tempo Martin Luther King e Ralph Abernathy.

Kapernick dichiarò di aver compiuto questo gesto (take a knee) in onore delle vittime afroamericane della polizia. Il suo gesto fece scalpore, fu imitato da molti altri atleti ma anche attaccato da tantissimi americani, come il Presidente degli USA Donald Trump. A fine anno Kapernick rescisse il contratto coi San Francisco 49ers e, nonostante fosse un ottimo giocatore, non riuscì più a lavorare. Nel 2017 denunciò la NFL per mobbing e nel 2019 la lega si accordò col giocatore per un risarcimento.

Ma l’eredità di Kapernick ha travalicato la sua carriera sportiva. La riscoperta, forse inconsapevole, di quel gesto semplice e potentissimo di Martin Luther King, cambiò il mondo. Oggi, mezzo secolo dopo Selma e quattro anni dopo Kapernick, il take a knee è divenuto simbolo del Black Lives Matter, spesso accompagnato da un’altra memoria storica resa celebre da due sportivi: il pugno alzato delle Pantere Nere, alzato da Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Messico 1968.

«Noi non ricorderemo le parole dei nostri nemici ma il silenzio dei nostri amici»

martin luther king jr

Le manifestazioni ‘No Mask’ durante l’Influenza Spagnola

Se pensate che le manifestazioni no mask dei “gilet arancioni” a Milano, contro l’uso delle mascherine, la quarantena e i più disparati complotti globali, sia un’esclusiva della nostra epoca vi sbagliate di grosso. 100 anni fa succedeva lo stesso con l’Influenza Spagnola, a San Francisco.

L’Influenza Spagnola a San Francisco

Quando l’Influenza Spagnola colpì gli USA nel 1918, il Governo dovette attuare misure simili a quelle che abbiamo visto oggi: obbligo delle mascherine e quarantena. Ma una serie di elementi culturali crearono grossi problemi con la popolazione anche allora. Nella città di San Francisco, in particolare, una situazione sanitaria gestibile fu trasformata in catastrofe dalle pressioni delle proteste Anti-Mask.

Gli americani accusavano il Governo di violare i loro diritti e le loro libertà. Gli uomini erano i più difficili da convincere: consideravano la mascherina femminile e non volevano rinunciare a certi comportamenti segno di virilità come sputare, tossire e trascurare l’igiene. Una vastissima campagna pubblicitaria cercò di cambiare la mentalità dell’epoca, vero ostacolo alla prevenzione dell’epidemia.

Le manifestazioni ‘no mask’ del 1918-19

Ma fu più facile contare le vittime che cambiare atteggiamento. La poca fiducia nella scienza, nelle istituzioni e nel governo portarono a manifestazioni contro l’uso delle mascherine. A fine autunno del 1918 la prima ondata della malattia si fece meno intensa e i commercianti chiesero a gran voce, e ottennero, di togliere ogni restrizione. L’Anti-Mask League scese in piazza dichiarando la mascherina poco sana e la disoccupazione, dovuta al ritorno dei soldati dalla Grande Guerra, un problema più urgente dell’epidemia.

E l’Influenza Spagnola tornò a colpire. Il Dr William Hassler, consigliere medico, e il sindaco (la cui moglie si era ammalata), chiesero di reintrodurre le mascherine, ma era ormai tardi. L’epidemia travolse San Francisco, colpì 45.000 cittadini e ne uccise circa 3.200, almeno ufficialmente. La città raggiunse uno dei più alti tassi di mortalità degli USA, dove la malattia uccise 600.000 persone e 50 milioni nel resto del mondo.

«I nemici delle vaccinazioni hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un’epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po’ esagerata: si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino»

karl krauss
Volantino di una riunione della Lega Anti-Mascherina di San Francisco nel 1919

Il cinque maggio di Manzoni, l’ode censurata a Napoleone

Il cinque maggio è l’ode di Alessandro Manzoni dedicata alla figura di Napoleone, un capolavoro che rischiò di non essere pubblicato. All’epoca, il Regno Lombardo-Veneto era sottoposto all’Austria che intervenne censurando Manzoni come faceva con ogni ricordo dell’Imperatore corso.

Ma una delle copie della poesia, rimasta nell’ufficio del censore Bellisomi, fu trafugata e portata a Soletti a Oderzo, a Vieusseux a Firenze, a Lamartine in Francia e a Goethe a Weimar, che ne rimase tanto colpito da tradurla in tedesco nel 1822. La poesia divenne universalmente famosa ed è, oggi, una delle odi più note della storia.

Il cinque maggio di Alessandro Manzoni

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

Incoronazione di Napoleone di Jacques-Louis David

Come nasce la festa del Primo Maggio? Chi la scelse e perché

Come nasce la festa del Primo Maggio in onore dei lavoratori di tutto il mondo? I più ricordano la Parigi del 1889 e la Seconda Internazionale, ma in realtà la storia del Primo Maggio inizia tre anni prima, tra le strade di Chicago.

Il primo maggio 1886 a Chicago

Era il primo maggio 1886 quando gli operai della fabbrica di mietitrici McCormick iniziarono lo sciopero. Chiedevano una giornata di lavoro di otto ore invece che 12 come spesso accadeva all’epoca. Il 3 maggio, di fronte alla fabbrica, il corteo degli operai fu attaccato dalla polizia, il bilancio: 2 morti e molti feriti. Gli anarchici guidati da August Spies invitarono tutti i lavoratori a rispondere con un presidio ad Haymarket Square il pomeriggio del 4 maggio. La protesta era così pacifica che il sindaco Carter Harrison, accorso nella piazza, decise di tornare a casa tranquillo. A quel punto le forze dell’ordine si radunarono in formazione e marciarono sui manifestanti. Si udì un fischio e un ordigno esplose uccidendo l’agente Mathias J. Degan. La polizia rispose sparando sulla folla, uccidendo 11 persone e ferendone dozzine, tra cui 7 dei propri agenti, raggiunti da fuoco amico. Poi le autorità arrestarono August Spies e i suoi collaboratori, accusandoli di aver fomentato la violenza dei manifestanti.

Il suicidio giudiziario e la leggenda del Primo Maggio

Ma questa protesta e il suo epilogo nel sangue non furono né le prime né le ultime dell’epoca, il XIX secolo. La leggenda dell’Haymarket Riot e del Primo Maggio nacquero dopo, al processo. Secondo lo studioso Timothy Messer-Kruse, i leader anarchici commisero volontariamente un suicidio giudiziario. Invece di difendersi dalle accuse, August Spies e i suoi decisero di usare il processo come tribuna per parlare dei diritti dei lavoratori e grazie a quel palcoscenico raggiunsero l’intera nazione, pagando l’impresa con l’impiccagione. Ma la loro voce aveva varcato i confini degli USA e oltrepassato l’Oceano.

Come nasce la festa del Primo Maggio

Tre anni dopo, nel 1889, la Seconda Internazionale riunita a Parigi raccolse l’eredità lasciata da August Spies e dalle vittime di Chicago. Scelsero proprio il 1 maggio del 1890 per una manifestazione a favore dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo e, nonostante la repressione di molti governi, quel giorno si tenne la prima grande manifestazione internazionale della storia. In Italia il Primo Maggio arrivò dopo, nel 1947, quando venne istituito come festa dalla Repubblica presieduta da Alcide De Gasperi ed Enrico De Nicola. Oggi il Primo Maggio è celebrato in tutto il mondo: dalla Turchia alla Cina, dalla Russia al Messico, tranne che negli USA, la terra dove avevano combattuto August Spies e i lavoratori della McCormick.

«Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo»

Adriano Olivetti
Illustrazione dell’Haymarket Riot del Primo Maggio

Quando sono nati gli italiani? Con Roma o con l’Unità d’Italia?

Possiamo parlare di “italiani” prima dell’Unità d’Italia? È stata la nascita della nostra nazione a dar vita agli italiani, oppure è successo il contrario: la lunga genesi del popolo ha dato vita all’Italia? Insomma quando sono nati gli italiani? La risposta non è ovvia come può sembrare.

Quando nasce l’Italia?

Iniziamo dalla penisola: al principio il nome Italia indicava solo una parte della Calabria, terra dei Vituli o Viteli, popolazione indigena chiamata dai greci Ouitaloi, “popolo dei vitelli”, adoratori di una divinità dalla forma  di toro. Nelle leggende, naturalmente, compare un eroe eponimo, Italo, Re dell’Enotria che avrebbe dato il nome alla regione, come riporta Antioco di Siracusa (V sec. a.C.) in Sull’Italia, citato poi nella Geographia di Strabone, in Aristotele e in Dionigi. Il nome avrebbe finito per indicare tutta la penisola fino al Rubicone e, all’epoca di Cesare e di Augusto, anche la Pianura Padana. Insomma siamo gli abitanti della terra dei vitelli, bisogna starci.

Nasce l’Italia ma non gli italiani

Con Augusto nasce l’Italia come unità geografica, culturale e amministrativa, ma anche gli Italiani? No. Per l’epoca romana parliamo di Italici, esattamente come indichiamo egizi (non egiziani) gli antichi abitanti del Nilo. Gli Italici erano cittadini romani che abitavano la penisola (e le isole, dall’epoca dioclezianea), non ancora italiani ma già qualcos’altro rispetto alle loro radici etrusche, celtiche, greche, sannitiche, sabine, osce, liguri e latine. Il cammino per la cosiddetta etnogenesi era ancora lungo, ma la strada aperta.

Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 d.C.)

Quindi gli Italiani sono nati nel 1861?

Trovare già nella prima amministrazione romana la nascita di un popolo italiano è forzato tanto quanto farla risalire solo all’Unità d’Italia, che non sarebbe stata possibile senza un’idea di nazione unitaria (per quanto, all’epoca, limitata ai circoli intellettuali delle aree urbane più importanti). Non è facile dire con precisione quando sono nati gli italiani: come spiega anche il prof. Domenico Fisichella sulla Treccani, la cosiddetta etnogenesi italiana può collocarsi già attorno al X e XI secolo, dopo un lungo periodo di assimilazione e conflitto tra le popolazioni germaniche e quelle latinofone, l’affermazione completa del cristianesimo cattolico e lo sviluppo del cosiddetto homo oeconomicus medievale. Abbiamo un regno d’Italia per i Franchi, un duca d’Italia per i Normanni, un catepano d’Italia per i bizantini: dominazioni diverse e allogene che però riconoscono una coerenza geografica e sociale alle varie parti della penisola. Sarà infine Dante, nel XIV secolo, a definire l’unicità territoriale, culturale e linguistica dell’Italia che, da allora, resterà idealmente immutata. L’Italia non fu fondata da un politico o da un conquistatore, ma da un poeta.

È giusto chiamare italiani i nostri antenati medievali?

Si e no. Dipende da cosa intendiamo: se ci riferiamo alla loro comune origine geografica o alla loro identità culturale più ampia, possiamo farlo, ma se ci riferiamo alla loro appartenenza politica e sociale meglio specificare l’area di provenienza. Così, chiameremo Cristoforo Colombo italiano, se vogliamo riferirci alla sua area geografica di origine, o genovese se intendiamo la sua cittadinanza. Facciamo lo stesso con un Socrate, che chiamiamo greco o ateniese a seconda di quale aspetto di lui vogliamo definire. Quando sono nati gli italiani? Il nostro popolo nasce e rinasce, come ogni altro, da secoli, la sua genesi non è iniziata con l’Unità d’Italia esattamente come non si è fermata lì. Procede dal Medioevo fino a oggi, evolvendosi attraverso le grandi sfide del presente e del futuro.

«Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

di quei ch’un muro e una fossa serra».

dante alighieri, purgatorio, VI