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Odio gli indifferenti, lo spirito di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci nacque il 22 gennaio del 1891 ad Ales. Aveva 26 anni quando, mentre lavorava all’Avanti!, la Rivoluzione di Ottobre travolse la Russia zarista e diede una svolta decisiva alla Grande Guerra e alla storia del mondo. Fu in quei giorni convulsi, dopo il 7 novembre del 1917, tra censure e notizie false, che Gramsci scrisse il suo attacco agli indifferenti.

Gli indifferenti di Antonio Gramsci

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

«L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

«Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

«Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

«Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti».

11 novembre 1917

La morte della Regina Vittoria d’Inghilterra

A Natale la Regina Vittoria si recava nella cittadina di Cowes sull’Isola di Wight dove trascorreva le feste con il resto della famiglia. Era sull’isola quel 22 gennaio del 1901, alle soglie del nuovo secolo, quando si spense all’età di 81 anni dopo aver segnato tanto profondamente la storia da dare nome a un’epoca: l’era vittoriana.

Il tramonto della Regina Vittoria

La vecchiaia e la malattia avevano ormai consumato la donna più potente del mondo. Appariva magra, stanca e spesso confusa. Il 17 gennaio la salute della monarca peggiorò irreversibilmente. Il suo dottore, James Reid, notò che al risveglio la parte sinistra del suo viso stava cedendo e le sue parole erano confuse.

Due giorni dopo Vittoria si era un po’ ripresa e aveva parlato al dott. Reid. Poi si era addormentata di nuovo. Il medico capì che il tempo della regina era giunto e chiamò i suoi figli e i nipoti. Alle 18.30 del 22 gennaio 1901, la Regina Vittoria morì nel suo letto della Osborne House, sull’Isola di Wight, circondata dall’affetto della propria famiglia.

Aveva regnato dal 1837 al 1901, traghettando l’Inghilterra al culmine della sua potenza, attraverso le più oscure vicissitudini. Dopo di lei, il Regno Unito non sarebbe mai più tornato a ricoprire lo stesso ruolo nel mondo.

Le strade lungo il percorso del corteLa morte della Regina Vittoria d’Inghilterrao funebre, il 2 febbraio, erano gremite di persone ma tutte tacevano. Non un suono né una voce si levò al passaggio del feretro e in tutta Londra sembrava che l’unico suono udibile fosse quello degli zoccoli dei cavalli bianchi che trainavano la regina.

Vittoria fu sepolta accanto all’uomo che aveva sempre amato, in vita come dopo la morte, il Principe Albert. Sulle porte del mausoleo era scritto: «Vale desideratissime. Addio amatissimo. Qui finalmente riposerò con te, con te in Cristo risorgerò».

1984 di George Orwell è il romanzo più importante del Novecento

George Orwell morì in un ospedale di Londra, il 21 gennaio del 1950, a soli 46 anni, per il cedimento di un’arteria polmonare. Il suo capolavoro 1984 è probabilmente uno dei romanzi più importanti del Novecento. Come spiegò Umberto Eco: «Orwell ha intuito che nel futuro-presente di cui egli parla si dispiega il potere dei grandi sistemi sovranazionali, e che la logica del potere non è più, come al tempo di Napoleone, la logica di un uomo. Il Grande Fratello serve, perché bisogna pur avere un oggetto d’amore, ma basta che egli sia un’immagine televisiva».

1984 di George Orwell

I passaggi di 1984 sono memorabili, come la straordinaria massima:

«Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere».

George Orwell, 1984

A questo potere cieco e famelico si oppone però lo spirito, nella sua accezione più alta:

Winston: Io so che alla fine sarete sconfitti. C’è qualche cosa, nell’universo… non so, un qualche spirito, un qualche principio… che non riuscirete mai a sopraffare.

O’Brien: Credi in Dio, Winston?

Winston: No.

O’Brien: E allora quale può essere questo principio che ci annienterà?

Winston: Non lo so. Lo spirito dell’Uomo.

O’Brien: E tu, ti consideri forse un uomo?

Winston: Sì.

O’Brien: Se tu sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie è estinta; noi ne siamo gli eredi. Ti rendi conto che sei solo? Tu sei fuori della storia, tu non esisti.

George Orwell, 1984

George Orwell fu un intellettuale capace di vivisezionare l’ideologia, anche la sua, scoprendone le contraddizioni e le aberrazioni. La distopia e l’allegoria politica delle sue opere furono la proiezione, artistica, di questa sua capacità di introspezione, lucida, onesta e spietata.

Quando nacque il Partito Comunista Italiano

Era una giornata febbrile quel 21 gennaio del 1921, a Livorno, quando nacque il Partito Comunista Italiano. Circa 216mila iscritti del Partito Socialista si erano riuniti al Teatro Goldoni di Livorno e avevano rifiutato di espellere i “riformisti” dal partito. Una richiesta fondamentale dei “21 punti” dell’Internazionale Comunista, nata dopo la Rivoluzione di Ottobre e fondata sul potere di Mosca.

La fondazione del Partito Comunista Italiano

Quasi 60mila iscritti, allora, lasciarono il Teatro Goldoni per il San Marco dove, guidati da Nicola Bombacci, Amadeo Bordiga, Onorato Damen, Bruno Fortichiari, Antonio Gramsci e Umberto Terracini fondarono il Partito Comunista Italiano, destinato a diventare il più grande e potente dell’Europa occidentale. Negli stessi anni, figli del biennio rosso, nasceva la sua nemesi, il Partito Nazionale Fascista che avrebbe soppresso con la violenza il PCI nel 1926.

Durante i suoi cento anni, il PCI fu molte cose. Un partito rivoluzionario e leninista durante la dittatura di Mussolini. Uno che «concepiva la Costituzione non solo come legge da rispettare, ma come l’orizzonte nel quale collocare la via italiana al socialismo» come disse Occhetto, nel dopoguerra. Un partito che si aprì «alla stagione dei movimenti, al pacifismo, ai germi della cultura ambientalista che si sarebbe sviluppata negli anni successi, all’attenzione per i diritti della persona» con Berlinguer secondo Gianni Cuperlo.

Lo strappo col Partito Socialista, però, restò una ferita gravida di conseguenze. Oggi, forse, uno dei principali motivi della mancata evoluzione della sinistra italiana in un grande partito progressista di stampo europeo. Una ferita che Giuseppe Saragat riassunse nella frase: «Il fascismo è la vergogna del capitalismo, il comunismo la tragedia del socialismo». Oggi né il PCI né il PSI esistono più, ma la sinistra italiana resta divisa, forse più di allora.

«Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e con gli oppressi, non c’è più scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia»

enrico berlinguer
Nasce il Partito Comunista Italiano
Nasce il Partito Comunista Italiano

Il Giappone condannato a risarcire le schiavi sessuali di guerra

L’8 gennaio resterà una data storica per l’Asia, i diritti umani e quelli delle donne: il Giappone dovrà pagare i danni a 12 donne coreane rapite e trasformate in schiave sessuali durante la Seconda Guerra Mondiale. Tokyo ha immediatamente protestato dicendo che tutte le questioni relative ai risarcimenti in tempo di guerra sono già state risolte con un trattato del 1965. La sentenza è comunque destinata a creare un precedente, come ci spiega Amnesty International:

La condanna al Giappone

«Dopo una battaglia giudiziaria durata 30 anni, l’8 gennaio il tribunale distrettuale centrale di Seul ha stabilito che il governo giapponese dovrà risarcire i danni a 12 donne coreane ridotte in schiavitù sessuale dall’esercito di Tokyo prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

«Dal 1932, 200mila donne vennero ridotte in schiavitù sessuale dall’esercito giapponese in diversi paesi asiatici e in molte isole dell’Oceano Pacifico.

«Rapite, portate via con l’inganno o vendute da famiglie povere nei territori militarmente occupati, le “donne di conforto” (così venivano ufficialmente chiamate) furono costrette per mesi e anni a lavorare nelle “stazioni di conforto” allestite per la soldataglia. La maggior parte di loro aveva meno di 20 anni, le più piccole 12

«Le sopravvissute, tornate a casa dopo il 1945, hanno portato dentro di sé il trauma della violenza. Isolate, povere, ammalate, vergognose, molte sono morte senza essere mai riuscite a raccontare l’orrore della loro esperienza.

«Altre, pur diventando molto anziane, hanno trovato la forza di fondare associazioni, viaggiare nel mondo per far conoscere al mondo la storia rimossa delle “donne di conforto” e denunciare.

«La sentenza è storica: per la prima volta un tribunale della Corea del Sud ha riconosciuto le responsabilità del Giappone, aprendo così la strada ad altri pronunciamenti in favore della giustizia.

«Il Giappone non ha mai fornito scuse complete a tutte le sopravvissute».

Leonardo Sciascia, il cantore ribelle della Sicilia

Oggi, a cento anni dalla sua nascita, molti giustamente esaltano e lodano l’intellettuale eretico, lo scrittore tenace e ribelle che fu Leonardo Sciascia. Ma quante ne avevano dette, su di lui in vita, almeno fino alla sua morte nel 1989.

Leonardo Sciascia, l’intelletuale ribelle

Nato a Racalmuto tra le trazzere e le miniere (dove suo padre e suo nonno lavoravano), Sciascia conosceva la Sicilia e, soprattutto, sapeva raccontarla. Il giorno della civetta e Una storia semplice sono capolavori assoluti non solo per la letteratura, ma anche per la storia d’Italia e per l’antropologia di una regione dalla cultura millenaria.

Un luogo antico che rende antichi anche gli uomini che la abitano, ma che tutto rinnova con la forza della sua natura potente e spesso indomabile: mari, venti, asperità della terra. Sciascia era un uomo capace di raccontare quei luoghi. Eppure quanta rabbia attirò su di sé per le sue prese di posizione controverse (come quella sull’antimafia). Fece eco soprattutto la sua critica all’uomo di sinistra dell’epoca, un gruppo sociale a cui lui stesso, in un certo modo, apparteneva, ma che vedeva nella sua ipocrisia tutta italiana.

In Nero su Nero del 1979, scrisse: «Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione».

«Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione».

Leonardo Sciascia in Nero su Nero

Un testo al vetriolo che fece storcere il naso a tanti all’epoca e che oggi molti sedicenti intellettuali riciclano per sdoganare il loro revisionismo.

Ma l’occhio di Sciascia era ben più acuto: la sua critica alla sinistra italiana nasceva da uno sguardo onesto su se stesso e sul suo ruolo di intellettuale. Sciascia attaccava il doppiopesismo della sinistra verso i crimini del comunismo esattamente come aveva smascherato l’ipocrisia e l’omertà italiane sulla Mafia. Era l’onestà la sua unica padrona.

«Solo le cose della fantasia sono belle, ed è fantasia anche il ricordo»

leonardo sciascia

Charlie Hebdo, morire per il diritto di fare satira religiosa

Erano le 11.30 del 7 gennaio 2015. Le festività erano finite e la redazione di Charlie Hebdo era in piena attività. La satira abrasiva della rivista aveva suscitato grandi polemiche nel 2006, quando aveva pubblicato le caricature di Maometto del giornale Jyllands-Posten. Nel 2011, l’intero ufficio era stato distrutto dalle bombe molotov poco prima dell’uscita di una nuova copertina “blasfema”, sulla vittoria dei fondamentalisti islamici in Tunisia.

L’attentato a Charlie Hebdo

I fratelli Saïd e Chérif Kouachi, di una cellula yemenita di Al Qaïda, entrarono a volto coperto nella redazione di Charlie Hebdo e iniziarono a sparare con i loro AK-47. 12 morti e 11 feriti. Il peggior attacco terroristico, in Francia, dal dopoguerra ad allora.

Il mondo si strinse attorno a Charlie Hebdo e al suo diritto a fare satira religiosa. Ma fu un supporto che durò lo spazio dell’indignazione. Quando Hebdo tornò a pubblicare vignette satiriche, colpendo anche quello che i jesuischarlie ritenevano intoccabile, il supporto sparì e si alzarono le critiche. «Non si può prendere in giro la religione degli altri» aveva commentato Papa Francesco già nel 2015.

Ma Charb, il direttore di Hebdo ucciso dai terroristi, la pensava diversamente: «Se si può criticare un’ideologia, abbiamo il diritto di farlo anche con una religione. Si tratta di un diritto garantito in Francia» dove, infatti, questo tipo di satira ha un significato storico e culturale diverso che in Italia. «La libertà di espressione non è sufficientemente usata. Lascia che tutti dicano ciò che vogliono, senza paura, perché non c’è nessuna paura da avere. E se si crea una polemica, si crea una polemica, dobbiamo accettarlo». Qualche tempo prima dell’attentato, Charb aveva dichiarato a Le Monde di non temere le rappresaglie: «Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio». E così è stato.

L’Affare Dreyfus e il coraggioso J’accuse di Emile Zola

Era il 5 gennaio 1895 quando il Capitano Alfred Dreyfus fu condannato ingiustamente all’ergastolo sull’Isola del Diavolo e scoppiò l’Affare Dreyfus. Dreyfus, di origini ebraiche, era stato accusato falsamente di spionaggio sull’onda dell’antisemitismo francese di quegli anni.

Emile Zola non accettò quella ingiustizia e scrisse il suo famoso “J’accuse”, una lettera aperta al Presidente, per denunciarla. Col risultato di essere a sua volta condannato a un anno di carcere. Ma grazie a quella lettera il processo fu riaperto e Dreyfus prosciolto. Era il 1906, e Zola era ormai morto da quattro anni.

Il J’accuse di Emile Zola sull’Affare Dreyfus

«Io accuso…!

“Signor Presidente, permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un Consiglio di Guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra Presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor Presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo, ha condotto e fatto tutto: è il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam, allora semplice Comandante. La verità sull’affare Dreyfus la saprà soltanto quando un’inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l’elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il Comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l’accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà. Dichiaro semplicemente che il Comandante du Paty de Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L’elenco era già da tempo nelle mani del Colonnello Sandherr direttore dell’ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l’autore dell’elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l’autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell’artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante du Paty de Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus.

A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l’affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all’inevitabile completamento. C’è il Ministro della guerra, il Generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il Capo dello Stato Maggiore, il Generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello Stato Maggiore, il Generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il Comandante du Paty de Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l’infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza. Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il Comandante du Paty de Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l’infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale, questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i ”famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. […]

Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere.

Accuso il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli.

Accuso il Generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo.

Accuso il Generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso.

Accuso il Generale de Boisdeffre ed il Generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile.

Accuso il Generale de Pellieux ed il Comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia.

Accuso i tre esperti in scrittura, i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio.

Accuso gli Uffici della Guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto.

Accuso infine il primo Consiglio di Guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo Consiglio di Guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole.

Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Io aspetto. Vogliate gradire, signor Presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.”»

emile zola, j’accuse
Ritratto di Alfred Dreyfus
Ritratto di Alfred Dreyfus

Immagine di copertina: “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski.

La storia di Accursio Miraglia, ucciso dalla Mafia

Pochi conoscono la storia di Accursio Miraglia. Eppure la sua lotta alla Mafia ha lasciato un’eredità ancora viva 70 anni dopo la sua morte.

La battaglia contro la Mafia di Accorsio Miraglia

Nato a Sciacca, in Sicilia, Accursio aveva un’intelligenza superiore alla media. Da giovane divenne direttore di banca a Milano, ma le sue vedute politiche progressiste lo fecero cacciare.

Tornato in Sicilia si impegnò per aiutare i contadini a ottenere la terra. Fondò la cooperativa La Madre Terra, che questo novembre ha compiuto 76 anni e, oggi, ha mille soci e una superficie di duemila ettari con più di 200.000 ulivi.

Fu ucciso dalla Mafia la sera del 4 gennaio 1947. La sua morte e gli insabbiamenti istituzionali spinsero un suo amico fraterno, sottosegretario alla Giustizia, a riaprire le indagini. Nacque così il primo esempio di pool antimafia in Sicilia. Una squadra che, nonostante il fallimento, ispirò le altre a venire.

«La forza dell’uomo civile è la legge, la forza del bruto e del mafioso è la violenza fisica e morale. Noi, malgrado quello che si sente dire di alcuni magistrati, abbiamo ancora fiducia nella sola legge degli uomini civili, che alla fine trionfa nello spirito dell’uomo che è capace di sentirne il “Bene”. Temiamo, invece la violenza perché offende la nostra maniera di vedere e concepire le cose.

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«Lungi dalla perfezione e dall’infallibilità, siamo però in buona fede, e non cerchiamo altro che la possibilità di ripresa della nostra gente e in altre parole di dare il nostro piccolo contributo all’emancipazione e alla dignità dell’uomo. È solo questo il filo conduttore che ci ispira e ci porta nel rischio.

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Non è colpa nostra se qualcuno non lo arriva a capire: non arrivi a capire, cioè, che ci sia, ogni tanto, qualcuno disposto anche a morire per gli altri, per la verità per la giustizia. Attento però a questo qualcuno che da sprovveduto e morto non diventi un simbolo molto ma molto più grande e pericoloso».

accorsio miraglia, ultimo comizio
Accursio Miraglia e i suoi amici a Sciacca
Accursio Miraglia e i suoi amici a Sciacca

Il discorso con cui Mussolini instaurò il fascismo, 3 gennaio 1925

Con queste parole, il 3 gennaio del 1925, Benito Mussolini sprofondava l’Italia nella dittatura fascista, assumendosene la responsabilità “politica, morale e storica”. Ecco i passaggi fondamentali.

Il discorso di Mussolini al Parlamento del 3 gennaio 1925

«Signori! Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere a rigore di termini classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure traverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre.

«Un discorso di siffatto genere può condurre e può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L’articolo 47 dello Statuto dice: «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all’Alta corte di giustizia.» Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si voglia valere dell’articolo 47. Il mio discorso sarà quindi chiarissimo, e tale da determinare una chiarificazione assoluta.

«Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire. Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il Fascismo, Governo e Partito, è in piena efficienza.

«Signori, vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il Fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che il Partito fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Se io la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora… Ma non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno e definitivamente la sedizione dell’Aventino.

«L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario. Voi state certi che nelle 48 ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area, come dicono. E tutti sappiamo che non è capriccio di persona, che non è libidine di governo, che non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria»

benito mussolini, parlamento italiano, 3 gennaio 1925