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La battaglia di Maratona

Callimaco osservò la piana di fronte a lui che si stendeva, oltre l’esiguo campo ateniese, fino alla riva del mare dove gli alberi delle navi persiane facevano ombra, come una foresta, a un imponente esercito, tre volte più grande del suo.

Gli ateniesi attendevano da sei giorni quell’alba, sperando nell’arrivo dei rinforzi da Sparta e dal resto della Grecia, ma invano. Callimaco annuì a Milziade, indossò l’elmo e diede l’ordine: avrebbero attaccato, anche se inferiori di numero ed esposti alle frecce nemiche. Milziade sorrise, soddisfatto, era quello che sperava.

L’esercito Ateniese e Plateese avanzò, una muraglia di bronzo compatta, sottile al centro e spessa sulle ali. I persiani, schierati un km da loro parlottavano sorridendo e, all’ordine dei loro generali Dati e Artaferne, incoccarono le frecce e tirarono: una volta, due volte, tre volte. Ma gli ateniesi non si fermavano: coperti di bronzo e armati di scudi di legno continuarono ad avanzare finché, d’un tratto, mentre il sole ormai si alzava allungando le ombre dei persiani, caricarono.

I Medi tirarono ancora. Niente. La muraglia di bronzo ateniese, irta di lance e spade più lunghe, si schiantò sull’esercito persiano e lo spezzò. Le ali si richiusero mentre la battaglia si trasformava in una terribile mischia nel fango, tra uomini protetti dal cuoio e uomini coperti di metallo.

Il sole passò verso ovest indifferente, sotto di lui gli ateniesi facevano strage dei nemici. Callimaco si spinse fino alle navi, ma fu ucciso. I pochi persiani sopravvissuti fuggirono. Maratona, dopo un giorno di combattimenti, era finita, Atene aveva battuto l’Impero più grande del mondo, da sempre invincibile conquistatore dei popoli: la leggenda della libertà greca era iniziata, tra fango, sangue e coraggio.

L’estate del 490 a.C. tramontava, l’astro della Grecia sorgeva. Dieci anni dopo ci sarebbero state le Termopili e Salamina.

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