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Charlie Hebdo, morire per il diritto di fare satira religiosa

charlie hebdo

Erano le 11.30 del 7 gennaio 2015. Le festività erano finite e la redazione di Charlie Hebdo era in piena attività. La satira abrasiva della rivista aveva suscitato grandi polemiche nel 2006, quando aveva pubblicato le caricature di Maometto del giornale Jyllands-Posten. Nel 2011, l’intero ufficio era stato distrutto dalle bombe molotov poco prima dell’uscita di una nuova copertina “blasfema”, sulla vittoria dei fondamentalisti islamici in Tunisia.

L’attentato a Charlie Hebdo

I fratelli Saïd e Chérif Kouachi, di una cellula yemenita di Al Qaïda, entrarono a volto coperto nella redazione di Charlie Hebdo e iniziarono a sparare con i loro AK-47. 12 morti e 11 feriti. Il peggior attacco terroristico, in Francia, dal dopoguerra ad allora.

Il mondo si strinse attorno a Charlie Hebdo e al suo diritto a fare satira religiosa. Ma fu un supporto che durò lo spazio dell’indignazione. Quando Hebdo tornò a pubblicare vignette satiriche, colpendo anche quello che i jesuischarlie ritenevano intoccabile, il supporto sparì e si alzarono le critiche. «Non si può prendere in giro la religione degli altri» aveva commentato Papa Francesco già nel 2015.

Ma Charb, il direttore di Hebdo ucciso dai terroristi, la pensava diversamente: «Se si può criticare un’ideologia, abbiamo il diritto di farlo anche con una religione. Si tratta di un diritto garantito in Francia» dove, infatti, questo tipo di satira ha un significato storico e culturale diverso che in Italia. «La libertà di espressione non è sufficientemente usata. Lascia che tutti dicano ciò che vogliono, senza paura, perché non c’è nessuna paura da avere. E se si crea una polemica, si crea una polemica, dobbiamo accettarlo». Qualche tempo prima dell’attentato, Charb aveva dichiarato a Le Monde di non temere le rappresaglie: «Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio». E così è stato.

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