Le donne e le persone povere nella scuola fascista

Giovanni Gentile, ideatore della scuola fascista

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Istruzione per pochi e meno per le donne: sono gli elementi della “più fascista delle riforme”, quella della scuola fascista del 1923. Ideata dall’allora ministro Giovanni Gentile, la riforma si basava su una concezione elitaria dell’istruzione. In particolare per le donne, che dovevano essere limitate.

«Il rischio è di una scuola invasa dalle donne, che ora si accalcano alle nostre università, e che, bisogna dirlo, non hanno e non avranno mai né quell’originalità animosa del pensiero, né quella ferrea vigoria spirituale, che sono le forze superiori, intellettuali e morali, dell’umanità».

Giovanni Gentile

Venne creato il liceo femminile, pensato soprattutto per le figlie delle famiglie borghesi. Qui non si studiavano le materie scientifiche, che furono sostituite da insegnamenti come danza, canto ed economia domestica. La licenza del liceo femminile non consentiva l’accesso all’università e non costituiva un avviamento al lavoro. Fu abolito nel 1928 per le scarse iscrizioni. 

Per tutti gli altri la scuola fascista secondaria prevedeva un ramo umanistico-scientifico dedicato però solo a coloro che sarebbero diventati dirigenti dell’amministrazione fascista. Il resto del popolo era indirizzato verso corsi per l’avviamento al lavoro e istituti professionali. Così Gentile si espresse a riguardo: «Non si deve trovar posto per tutti. E mi spiego. La riforma tende proprio a questo: a ridurre la popolazione scolastica».

E ci riuscì: nel biennio 1923-1924 il numero di studenti nelle scuole secondarie di secondo grado scese del 19%.

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